Il piacere del cane


Sotto la notte va la ronda del piacere, al suono del pianoforte sterza in un’autostrada di pongo. Il giorno si scioglie lentamente e si lascia spalmare insieme alla panna montata. Così mi si definisce la mattinata di un personaggio storto. Albino si chiama. Come una vernice bianca, si chiama. Come le sue mani. Dalla nascita c’ha mani bianche come il grasso di maiale. Perché così era piaciuto a me. E ora si alza dalla sua branda, si mette la sua divisa e incomincia una normale giornata di perlustrazione e combattimento, come un soldatino. E indossa mutande a pois. Controlla muscoli e capelli. Si rade il suo bel viso di pongo, barba ne ha proprio poca, ma si taglia, e si ripara con un po’ di carta igienica.

Le sue mani bianche si sono sporcate di sangue e il sangue, il suo, non gli è mai piaciuto. Fa freddo in caserma.

Fa freddo e puzza. Fa freddo, puzza e fa pure schifo. Grigio metallica.

Fa freddo, puzza, fa schifo, ma in compenso c’è un paio di stronzi che sparano heavy metal a tutta birra per svegliarsi meglio. Non c’è modo di farli smettere. Oggi Albino non c’ha coglioni da starsi a sorbire ‘sta merda.

Oggi combatterà e sparerà come ieri e come domani e forse oggi toccherà a lui. Se l’è sognato e i suoi sogni, quelle poche volte, ci hanno sempre preso. I due stronzi hanno aumentato il volume e la gente deve urlare per parlarsi. Sono le sei di mattina in un cielo di nuvole basse ad altezza uomo che sembrano blocchi di ghiaccio pronti a schiacciarli se la temperatura si abbassa ancora un poco.

Si guarda le mani. Gli sono sempre piaciute. Specie quando è abbronzato. Ora quelle belle mani che hanno sempre suonato il pianoforte a casa le avrebbe lasciate andare per conto loro. Ora le sue mani agivano in nome e per conto dei suoi timpani. Ora le sue mani sparavano, sparavano e ancora. Quattordici colpi di pistola avevano ridotto ipod e stereo a un grumo di transistor e vetri. E soprattutto le sue mani erano ancora pulite.

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