Buchi di culi


La villeggiante prona un rigore spirituale d’invidiabile cortesia mentre un idraulico installa tubi di marmitte catalitiche nella gola di un antropomorfo femmina per fare esperimenti alieni.
Mento sulla spazzatura e ti dico che era oro colato dalla bocca di un serpente di giada.
Per questo ti prendo per mano e ti porto tra le botteghe oscure di una ellissi adiacente a baciarti lungamente mentre il sapore di cipolla invade le mie papille gustative che ballano.
Ballano e muovono gocce di pioggia di lacrime condensate dal gelo di una stazione termale in fondo al mare. Là dove le tenebre sono ridotte a spazi pesanti tra i quali nemmeno una scarpa può camminare senza essere risucchiata dallo spazio tempo dei buchi neri.
Buchi di culi alieni.
Una pioggia radioamatrice porta via gli escrementi alieni e li deposita nella gola urbana di extracomunitari extraterrestri per il riciclaggio del composto appiccicoso.
M’illumino d’immensa gioia nel vedere il belvedere di un battello dipinto di orologi che si sciolgono nel burro irradiato e luminoso.
Un bramino indiano lecca i bordi della nave che sogna intrecci solidari con le banche che gracchiano solitari impedimenti lenti e svolazzano girando intorno alla preda moribonda come condor che aspettano che si cucini il pasto.
Temo di essere dipinto sugli allori di una vela che naviga verso l’imbecillità dall’altra parte dell’universo alla scoperta di nuovi mondi e nuove specie e nuovi mostri uniti dallo stendardo stellato della federazione galattica. Per riunirci con i nostri amici alieni e poter stringere loro la mano, se ce l’hanno.
Dormi piccolo infante. Dormi e cullati il dito.
Cullati e succhiati il pollice fermo al semaforo del tempo in una rotondità maschile segnata dalle cicatrici del parto.
Nuova vita al creatore.
Nuova vita al fumo.
Una nuova via sottende la cannabis.
Nuove specie renderanno grazie nell’alto del cielo e guarderanno in basso verso i serpenti che strisciano brucando le sementi di un dio culattone per ingravidarsi e generare una nuova civiltà di aborigeni spaziali tra canguri superstar e rockabilly antincendio.

Annunci

Gola profonda


A piedi nudi in centro città. Piange una capinera d’agosto. Tra trote selvagge che si urlano dietro rimpiange il tempo di una cantante lirica che dominava gli spalti di uno stadio gremito di giraffe e tacchini mentre gli uccelli divoravano le sue note e si nutrivano di radioattività genitale.
Prega Ira di un Dio a forma di pioggia che lavi questa fogna di color satellite e irradia il pane dei giusti. Arlecchino ride e salta da una tetta all’altra pieno di rane gravide che da un momento all’altro erutteranno una volontà di pietra dalle lucciole del suo cervello.
Bevono gli dei una coca a forma di cola liquida perché cola dal lavandino un liquido appiccicoso e verdastro che assomiglia allo sperma di rana ruvida e insaziabile.
Vogo una gondola attraverso l’oceano indiano. Mi sono perso. Ma finché il mare è calmo non mi preoccupo. Questione di fortuna. In rotta per l’Australia. In effetti British Airways mi costava un po’ troppo. Meglio un oceano d’ippocampi per ascoltare la musica del cuore di un delfino zoppo. E occorre camminare sulle acque di tanto in tanto per mantenere l’esercizio e allora amen agli dei dell’Olimpico.

Il clavicembalo monocorde


In un grigio fetore di sabbia gli ultrasuoni mi trapassano la minestra di salsedine neuronica e mi nutro di cibo nucleare senza pinoli.
Davanti a me un pino storto che soffre di priapismo circolare si chiede se l’ascesi al cielo dipenda da una meringa al cioccolato amaro. Rincorro una pietra che fugge dalle barricate della primavera di Praga tra siluri e sigarette elettroniche che rischiano di accentuarle la gastroenterite.
Forche caudine esulano dalla mia comprensione che giudica e beve alla salute della foresta amazzonica e dei suoi rinoceronti froci. Esalando l’ultimo respiro Attila mi spiega il segreto della serie di Fibonacci. Allora il nodo di petali di rose rosse fende l’aria in una fucina di pere mature che si ammorbidiscono le labbra con una divisa da militare.
In quest’ottica Ausilio guarda l’aria e vede atomi che lo osservano con occhi da pescatori che cercano di gettargli l’amo nell’ano. Il gioco non vale la candela amico mio. Il tempo non ti lascerà più e ti costringerà a filtrare una caraffa di sberle attorno alle gonadi di una cerbiatta in calore.
Erigiamo una statua nel centro città e sbarchiamo insieme ad una spremuta d’arancia per liberare il pollo Arena dalle grinfie del supermercato cinese. Evitando così le ultime volontà di un satrapo orientale che espelle le tossine dalla gola di un serpente a nove code usato come frusta per Gesù.
Ausilio si gratta la trippa di gatto e si masturba con la coda pelosa. Un porno gatto che ai tempi d’oro faceva impazzire le gatte e le trasformava in cagne adoratrici di Osiride.
Per questo cancelliamo la lavagna e disegniamo un pene su un altro pianeta con la nostra jeep spaziale facendo concorrenza alla Nasa col nostro Naso a canappia.
W il Bronx di una volta.

Specchio delle mie brame


Specchio delle mie brame
Un urlo spacca i codici genetici di una squadra di capi cantiere e azzanna il marcio generale della repubblica della pera matura. Da lì nacque …
Rana, questo è il suo nome, non è stupida, anche la mattina marcia al suono delle trombe sulle uova marce, ma ha una sua intelligenza. Specie quando balla il flamenco con i suoi cento chili, rotondi, rotondi. In sottofondo una voce di donna mi dice che è pronto il pranzo.
Ma Rana mi parla di un deserto di dolore e di una vita di sopravvivenza che le hanno insegnato a fregarsene del dolore e dell’angoscia e fraternizzare con il nemico per usarlo e abusarlo.
Mi parla, Rana, con la sua facciona da pesce palla triste con gli angoli della bocca che piegano all’ingiù. Con i suoi capelli neri e grassi e grossi e corti in quello che normalmente sarebbe un “caschetto”, ma che su di lei sembra la caricatura di un maxi toys.
E sento una voce rotta come un gesso che stride sulla lavagna.
E allora sono io che piango.
Ma senza lacrime.
E allora ci scherzo su e le chiedo come va la sua bambina, sì perché diversamente da me, è anche riuscita ad averne una con qualcuno, ma chi?
In teoria io non sono così brutta, anzi, né ho una voce così stridente e non ho vissuto una dittatura militare, no, sono anche bionda, però quando i nostri occhi s’incrociano non vedo una persona tanto diversa.
Vedo la mia stessa paura farsi persona e mi spavento ancora di più.
Forse per quello che anni fa non potevo neanche sopportarne la presenza.
Ieri, bevendoci un caffè negli uffici asettici della Federazione guardavamo giù dalla finestra e ho avuto un vento gelido nella schiena dopo che ci siamo guardate sorridendo.
Avevamo guardato giù e, inutile mentirsi, avevamo pensato tutt’e due a come sarebbe stato bello farla finita. L’idea, solo l’idea di essere così intima dello Specchio di Tutte le mie Angosce mi dà l’insonnia, che già non basta quella che ho.
E mi vedo già volare nella nebbia grigio nera della notte passata a guardare il soffitto e a sentire l’amore sbocciare per lei.

Croc’n’go


Un coniglio pesca dalla subasside della cripta peschereccia e pesca un tonno liquido. Si erge esterrefatto dall’alto delle sue zampe alte circa un metronotte e fissa una sostanza gelatinosa che continua ad urlargli “SONO UN TONNO” “VA BENE SEI UN TONNO, MA ALLORA USERO’ UN APRISCATOLE LIQUIDO”. Non è facile, infatti, giocare con le flatulenze veneree.
Lo getta quindi in mezzo alle mosche affumicate da trasformare in chips alla paprika e cipolla per bambini allergici alla patata. Era un business che aveva aperto tre anni prima quando si era sognato di essere un disco volante e si era messo di traverso a un ponte sospeso che era entrato in risonanza ed esplose.
Miliardi di dollari in frantumi, si disse mentre assaporava gli umori di una vagina in calore e il grasso di una fetta di mortadella. Poi si svegliò dal sogno con in bocca il sapore di mortadella e l’uccello che stava per esplodere come il ponte. Fu lì che si disse “Il mondo si divide in due, i conigli e i pazzi e visto che coniglio non sono…”.
Cosi fu, e iniziò a delirare che anche i matti lo presero per pazzo, ma è così che si ha successo e così fu perché fu votato dal 51% degli aventi diritto e diventò eurodeputato. Da lì tutti cercarono di diventare conigli e delirare sempre di più.
Finché non s’innamorò di Vaccaboia. Vaccaboia non era una santa come le altre, no.
Lei ne aveva due. Di vagine.
Una al solito posto, l’altra sotto l’ascella.
Non riusciva più a lavorare dato che non faceva che pensare a lei e scopare e quando cominciò a fare sesso durante i comizi elettorali lo cacciarono a pedate e si diede alla pesca di salmoni. Da lì alle chips per bambini il salto è stato breve, dato che quasi non c’è differenza.
Gli è bastato saltare dal muretto della scuola di suo figlio e atterrare in un formicaio per associare le mosche alle chips e via.
All’inizio aveva pensato di ricavarne una crema spalmabile da far concorrenza alla Nutella, ma poi pensò che, dato che le mosche affumicate erano leggermente croccanti meglio le “Pisichips”.
Sì perché lui si chiama Piside.

Mangia marmellata di spine di rosa pallida


Un letto di spine s’eleva sul mio sogno mattutino e cola sangue nel gabinetto elettrizzato di ricevere la musica di un sitar.
Vedo cumuli di terra viaggiare nella moltitudine di carte credito scadute e grandi chiavi grandi come bambini di dodici anni godere di bambine cadute dal cielo da paracaduti a forma di feti multicolor comprati a una bancarella del mercato delle pulci dell’aviazione.
Vedo. Vedo luci abbaglianti sulla testa di Cordero, il mio collega d’ufficio, alto un metro e un tappo e che come al solito compensa l’altezza con la carriera. Ha degli occhi che mi ricordano Tom Cruise, ma si chiama Chris Pioggia. Come nome potrebbe far carriera in politica o nella mafia americana. Come tipo ha voglia di tirare cazzotti a destra e a manca ed è divertente anche quando s’incazza. Che ti azzanna la caviglia e non la molla più. Cerca di sedurre un’altra collega la quale gli ha fatto capire che non cerca uomini sposati. Ma mi chiedo cosa gli avrebbe detto, o dato, se fosse stato uno e ottanta.
E piove miopia in un ufficio che suona chitarre rock da mane a sera. E dove ciascuno mangia briciole di potere come formiche affamate che cercano di costruire il proprio feudo. OMMMM my friend.
OMMMM anche a te. Che leggi e che speri. Che preghi e che non sai dove andare e cerchi come me. Un dio o una banana che ti guidi in una foresta di Satana tra una sniffata di cocaina e un capo in giacca e cravatta. Inginocchiati davanti ad un cantante di pietà e puttana. OMMMM amico mio.
Che il sitar dell’attenzione discenda su di te e risvegli la fortuna delle larghe intese per colmare il deficit di attenzione che caratterizza il tuo cervello mentre ti masturbi guardando una lingua di bue a doppia coda e frustandoti con un gatto a nove.
Apri il frigo e gli animali morti ti salteranno addosso mentre una voce indiana ci masturberà i timpani. Solenne stupido che ti gratti mentre leggi e mangi polpette di calli e duroni divertiti di essere stati allevati a grasso alcolico e canti d’opera fiamminga.

Mucche elettrolitiche


Pollici versi s’incrociano le dita per succhiarsi a vicenda la cataratta dal naso. Il muco scende e discende dall’intestino per trovare una valvola di sfogo nel marasma di diodi cibernetici che affogano una madre in dolce attesa di un i-pad per il figlio cerebrolitico. Arturo si inceppa la scarpa per la discesa su una scarpata che predica un battito ritmico che gli mangia il cuore. Pezzi di anima gli svolazzano sulla testa come nuvole prese da un uragano di denaro. Argento vivo che si spella le mani piangendo di sesso in cima ad una collina. Arturo spaventato si guarda allo specchio. Lo specchio si angoscia dal vedere una faccia diventare verde, poi blu, poi nero, nero bruciato e infine spegnersi come la brace di un camino, lentamente emanando calore alle lampadine che restano a bocca aperta per l’emozione inaspettata.
Api e zanzare si cibano di barbabietole da zucchero e spingono camion nel senso opposto alla scarpata di un fesso che sta precipitando. In questo modo Dio parla alla gente e suona un tamburo o le campane per chiamare a raccolta i fedeli di un tribunale dei minori divorato da milioni di patatine fritte in aglio e rosmarino.
Eolo evoca i bei tempi ma poi si taglia il viso con la lametta e urla un porcoddio che si sente fino all’Africa dove tumuli di negri stanno ballando sopra una roccia nera perché è piena di petrolio malato di AIDS. Arturo si lecca i baffi e torna dall’Africa con la febbre giallorossa e un’auto da corsa targata Bali.
Piange la sua donna che lo aspetta in una capanna di fiori e gerani che cantano note che stridono contro un uragano di nubi di cartapesta e Arturo si taglia i baffi. Una scuola guida li usa per la propria pubblicità e per non farsi fotografare la targa in eccesso di velocità. Ma quante streghe, ma quante cazzate. Ma perché volano i santi? E quando ci toglieranno l’elettricità, come faremo a fare l’amore? È un dilemma o un dramma? In fondo potremo sempre dipingerci le ossa attraverso un microscopio di carta carbone. Le sopracciglia di Arturo vengono in mente ad una schiera di Arcangeli che da allora in poi le venererà come peli di agnello sacrificale e le userà per pozioni magiche di sacri sabba usati per fare sesso con minorenni bisex dato che gli angeli non hanno sesso, o sì?
Carico il pisello per sparare oltre il muro di cinta un carosello che evoca ricordi da manicomio criminale. E un sax mi perturba i timpani lasciandosi dietro un violento sapore di sex.
Veterani si immolano e cagano dietro la statua del generale degli angeli sommersi da cumuli di spine e rose rosso sangue