Il salto del ruscello


Un pasto di ieri si stempera contro la follia di oggi che mi tocca gli artisti neuronici in modo dittongo. Vedo la mania sulla Terra scopare un pentolone di birra a secco. Un lupante cretino mi provoca l’epistocentro per farne una mucosa intestinale. E allora ridiamo insieme in quella che è la pasta al sugo della terra.
Nel buio mi sfracello contro il pavimento e dissocio la mutanda intestinale dalla ghiandola surrenale di Egisto. Il trisavolo si succhia una canna da zucchero mentre il pleistocene arriva in ritardo. Vogliamo su un’era glaciale mentre pattiniamo nel deserto di luce radiosferica. Un pallone da kinesista si stampa sui quotidiani del mezzogiorno d’italia. Enunciamo le vittime della grande guerra gastrica tra fiori e libellule. Grassi vermi si dividono i resti di mammelle di mucca tra dotte discussioni sulla sfericità dell’universo e teosofie distorte della realtà multidimensionale.
Percio’ cambio canale e guardo il grande pratello in un urlo di angoscia che scorreggia cipolle e chips alla paprika uccidendo una mosca che si trova vicino al culo. Stamattina mi sono alzato e ho mangiato briciole di quella mosca leggendo il giornale su google. Esperti di ogni parte del monto interstellare si danno appuntamento a rimini per una tre giorni di bancherelle e puttane. I nuovi barbari scendono dalle scale di un precipizio che porta nei petali di una violetta affumicata. Oggi mi mangio il salmone che sta tornando a nuova vita in frigo.

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Non ho l’età


Una pecora triste. È questo che mi passa sotto al naso colorato di violetto. Sotto voci di fighe ridenti del Texas durante un rodeo alla Scala di Milano. Mentre si fanno la doccia vedono la stella polare con la quale si spazzolano i capelli. Il rodeo inizia e la puzza di capra selvatica si sparge nel pube di Jessica mentre le sue amiche le spazzolano i peli e i capelli. Un dolce odore di sottomarino le solletica le gengive e spinge la spazzola sotto al pube insieme alla faccia di Johanna che la unge di lucido da scarpe prima di leccarla con un lussureggiante “occhio di triglia: la marca più indicata di attrezzi texani per sole donne. “Chi di capra ferisce di cavolo perisce” dice loro Anastasy che sostiene a malapena due tette che potrebbero fare da pista da sci.
Jessica e Johanna vengono insieme e ridono dei loro vagiti come bambine che guardano orsi polari nel cielo stellato di pesci e argento.
Nella notte del 14 agosto le nostre membra si smembrarono nell’angusto scantinato della zia Pina. E le mischiammo al mosto facendone del buon nettare degli dei greci.
Fu così che Santana si fece sparare alle palle durante un agguato all’OK Corrado, il famoso gioco a premi dove se vinci puoi uccidere chi ti pare e la vittima andrà in Paradiso o all’inferno secondo quello che dice Dante Spatozzi di ritorno da uno dei suoi famosi “Viaggi dell’estasi”. Comunque, dicevamo, Santana si fece sparare alle spalle, o alle palle, non ricordo più bene. Comunque ci restò secco lo stesso. È questo che volevo dire caro Coglionazzo.
Sì proprio tu che leggi. Sei un Coglionazzo. È bello insultarti perché so che tu ci godi fisicamente ad essere insultato. E lo sai che la cosa ti fa bene perché mamma ti ha insegnato che bisogna sempre dire la verità. Ma che la devi smettere di andare a puttane. Magari a trans sì, ma a puttane no. È ora di diventare persone civili prima di rimetterti il pannolone. Vecchio stronzo. E ignorante. Lo sai chi ha scoperto l’America? Frank Sinatra ecco chi. Ma tu non lo sapevi. Quindi sei stronzo. Ma ti perdono perché non è colpa tua ma di quell’imbecille che ti ha fatto. Ma questo è un altro discorso.

Merluzzi improvvisati


Un sapore acido di giallo limone mi attraversa le vene e parla di Dio a un’Elettra confusa per la morte del padre. Le Erinni danzano in coro e vogliono sangue per placare la loro sete di vendetta in mezzo a tori scatenati. Mi ricordo delle canzoni psicadeliche che ci iniettavamo in vena ai concerti rock. Un rock di passaggio che ha marcato a fuoco mezzo secolo di umanità così  come si marcano i buoi. Truppe di spazzatura che si muove agli ordini di atomi di merda dagli effluvi che fanno cadere i denti di un lupo che cerca il suo cibo in mezzo all’artico.

Nel brodo galattico nuoto in mezzo a grani di uva passa per odorare un circuito di formula uno e piangere solo perché hai cercato di scalare una partita di poker. Vuoi giocare alle mie regole. È un bel gioco. Quando si perde si cambia dimensione. Quando si vince si diventa sempre più simili a minerali. Desideriamo crogiolarci sulla sabbia di una spiaggia di un atollo nel pacifico e amarci senza granchi o meduse. Ma soprattutto in un mappamondo di diamanti che risplende e riflette la nostra saliva orgasmica.

Il fratello di Pinocchio mi parla e mi chiede uno stuzzicadenti in inox. Trovo che dovrebbe radersi ogni tanto che sembra un terrorista islamico. Gli cucio una giacca di pelle di asina e la imbottisco di piume di struzzo e sterco secco di pavone. “È la giacca più impermeabile che abbia mai avuto, grazie” mi fa mangiandosi un biscotto di marijuana insanguinato nella tazza che contiene le gengive di uno che è morto ieri di dissenteria acuta. Pesava centosei chili quando ha smesso di respirare ed è morto sulla tazza del bagno. Solo che ha continuato a defecare e l’hanno trovato solo per il tanfo che emanava il bagno. Una volta nella bara ne pesava quarantasei. “Ciao, alla prossima” mi fa il fratello di Pinocchio e si dimentica lo stuzzicadenti che nel frattempo è diventato d’oro.

 

Piattaforme maleodoranti


Cambio marcia in un’ironia elettromagnetica. Il sangue dei vinti scorre a piene mani e io mi faccio la manicure recitando una preghiera. Ave Giove che hai mandato Odino in barba a Zeus e insieme si sono leccati la figa. E noi abbiamo combattuto la battaglia dello shopping Natalizio per le vie maestre che ci hai mostrato tramite l’illuminazione dei lampioni. Ave cugino che passi per la mia casa e scorreggi a più non posso dopo una cipollata di fagioli. E ave a te Vergine della danza che monti i cavalli all’aria aperta di via Monte Napoleone. Negozi sfarzosi ammiccano alle fotomodelle e le abbracciano in una morsa letale. Succhiano il sangue e restano ad aspettare la prossima vittima. Ragni della moda sempre vigili e pronti ad una partitina a poker.
Mentre leggiamo scivoliamo su carote che ridono a crepapelle su mozzarelle in carrozza che cavalcano capresi imbufalite. Crediamo di rovistare tra falene che nuotano e pantegane che volano in mezzo alle nostre pupille fatte di spazzatura antiatomica. E troviamo solo zanzare impaurite che si erano nascoste tra il tartaro e le gengive di Gengis Khan.
Il punto è: Moana Pozzi fa parte degli archetipi junghiani?
Tutto si risolve in una melassa di cioccolato. Truccunidda si scioglie in uno scherzo allegretto andante ma mica troppo e svuota lo stomaco di lattine di coca cola accumulatesi nel corso dei suoi trecentotrentatré anni di pettegolezzi e maldicenze. Mi sdraio su una lattuga di marionette e mi dissolvo nell’etere radiotelevisivo. Appaio in spettacoli di cabaret e documentari sui cinghiali poliformi.
E applaudo il pubblico. Che scappa dalle sue pene.

Una scuola fiorita


Origlio i pesci di una triglia e fantomo una scuola di soubrette e conigli in giro per la terrazza di un campo fiorito di fiori fioriti. È primavera cazzo. È così che consumiamo il prosecco in una cantina sbevazzata di formaggio elettronico. Perché vogliamo cantare a squarciagola. Quindi prendiamo i coltelli e ce la squarciamo. Punto e finito. Finché l’olezzo della salvia divinorum non si fa strada tra le nostre conchiglie e apriamo una porta di catalessi astrale alla pulizia della buoncostume.

È un tenore quello che canta, signori miei. Non crediate che qui cantino solo puttane. No. Cantano anche sciovinisti e terrorizzati cani di miele turbato dalla cantilena di una cagna in calore. E sbavano. Bava burrosa scende dalle fauci sdentate di dobermann dal pelo liscio e scuro. Vi guarda e parla con voi. E canta le vostre promesse ipocrite. Le canta perché son belle. E qui preghiamo insieme per un tempo che non scorre. Bloccato al semaforo, mentre torna a casa dall’ufficio.

Uno struzzo di periferia


Una pernacchia di dolore si scuote le meningi misurandosi il girovita. Gradisci un nasello? Fa la pesca di un merluzzo sfegatato in attesa del colpo del medico. E quindi coloro di pastello il quadro del Bernini. Sfoglio un fiore scuoiando un’anatra color pisello e la pazzia invade la mia pelle. Il godimento di una ragazza con la febbre si misura negli occhi dell’estasi che ridono a crepapelle.
Oggi Matullo si scopre una parte dei genitali e li dipinge di blu per assomigliare ai colori di cristo, mentre la felpa di bertolaso sventola su un mazzo di carte. Matullo sconfina nell’arte per sfondare un posto di blocco mentale che guarnisce una madonnina riccamente addobbata in cima a una chiesa.
Ci sfreghiamo insieme una barba appena rasata e abbracciamo babbo natale che esce da una doccia radioattiva. La morte precoce che genera marmitte catalitiche uccide un cretino che lavora nelle diosfere. Pelato e deficiente ma grande e intelligente suona una chitarra in una chiesa di periferia dove lima una fuliggine di merda e oro soffritto.

Tre colori: violetto rosa pallido


Blu mare. Un attico sovrasta la mia porta d’accesso. E il volo pindarico si siede e attanaglia la gola di una pulce d’acqua. Una grassona nera si arrampica su un filo di lana e scorreggia davanti al pubblico attonito. Applausi scroscianti per questa dimostrazione di aerofagia e risate oltre a due morti intossicati dal metano che gli è arrivato in faccia mentre tossivano.
Dorina Cavalcavalli così si chiama la maga del cuscino d’aria che vede e prevede il futuro di un’umanità in smoking e foulard annegato nel caviale e champagne. Si nutre di algoritmi e può prefedere qualsiasi numero su qualsiasi roulette. Quando morì non l’aveva previsto e venne portata in volo da due elicotteri in una bara per elefanti.
Allocchi si girano tirandosi monete d’oro e vituperando monili di pastasciutta. Mi scomodo e mastico un pandoro al latte d’asina nel cortile di una suora sconsacrata. Con lei volo in una cascata di solletico e rabarbaro.
Raffaele è un personaggio incontrato in un bar durante una serata di solitudine. Mi ha raccontato di essersi perso dopo che l’avevano ucciso in una storia. Ho pensato che potevo farlo vivere io in una delle mie. Gli ho detto che doveva darmi una mano e allora mi ha raccontato quella in cui era. Si era svegliato a Milano che sua moglie non c’era più. L’amava profondamente ma era sparita. La polizia non la trovava e lui disperava di trovarla viva. Finché non la incontra un giorno a Palermo in compagnia di uno più giovane di lei. La segue e vede che vanno in una villetta in campagna e in giro gli dicono che quel giovane è suo marito. Al che entra e gli spara. Alla moglie. E il ragazzo spara a lui. Solo che prima di morire riconosce il figlio di suo fratello. Anche lui sparito dopo la moglie. Ora non sa più che pesci pigliare e vorrebbe tornare indietro e perdonare sua moglie e allora mi tocca di rifargli una storia su misura. Raffaele ha i capelli rossi. Quando parla tartaglia e onestamente ora è troppo tardi. Mi sa che dovrà aspettare un altro scrittore.