Cretino


Una follia mi guarda dallo specchio di un treno in corsa e piange. I suoi riccioli d’oro compaiono al cospetto della tristezza che, sovrana, li scompiglia senza rispetto. Nel possente turgido camaleonte che si solletica i baffi per avere un aspetto di mandarino cinese si accende un camino sul suo naso per fumarsi una sigaretta ululando alla luna piena di succo di carote.
Una casta diva suona l’arpa in mezzo al deserto per un gruppo di proci frochi che banchettano al suono della lira e di un gettone di presenza.
Mi affliggo delle pene dell’inferno per la croce di una vita passata a sognare l’altro mondo in una gioia vivace e degna di amore finalizzato al piacere e porto prima del primo vagito.
Piango al suono di una lacrima e una cornamusa scorreggia alle prime luci dell’alba boreale. Aurora. Ride e scappa in un altro pianeta.
Piove la pioggia di stelle. Su un altare di legno.
Pinocchio si tinge il naso color legno di pino mentre un salice piangente colora di nero il lago di montagna incantato. Guarda come guardi. E guardati nello specchio di una gallina soffritta.
Guardo il soffitto e mi chiedo se mai avro’ una Cadillac per nuotare in piscina tra gli squali e le rane impalmate che giocano a tressette col morto.
Mostrami il paradiso, cretino.

Dagoberto


Dagoberto si scinde in due lenti a contatto e mima una partita di calcio contro l’Anderlecht in gonnella. No grazie non voglio fiori solo sogni e bestemmie.
Caro vu cumpra invecchiato in spiaggia sotto l’egida di una vagina di luna. Sorridi zingara e maledici coloro che pungono le zanzare come te e le dissanguano.
Bevi, piccolo Dagoberto, un sorso di oceano e spingi una carrozzella di fianco a tua moglie tatuata e più alta di te di almeno venticinque centimetri. Hai l’aria divertita, sorridi e spingi, una carrozzella con un bambino mongoliforme che spicca il volo attaccato a una mongolfiera. Al suo posto scende un nastro rosa da cui nasce un albero di rose e polvere da sparo.
Perché, zia, è arrivato il treno e ha portato via tutta la magia di una carrozza con i cavalli rossi?
Gira, zingara, e raccogli l’argento sporco di una massa povera in bicicletta che sa di pesce fresco, che ha l’alito fresco.
Dagoberto è fresco di doccia e profuma di peperoncino caliente. Si specchia e trova brufoli alla spina in litri di passeggini ricchi di orsacchiotti di primavera. E si domanda l’importanza di essere padrone del proprio tempo. “Se sei padrone del tuo tempo – annota sul suo diario nero – sei padrone del tuo mondo”
E per rispondere a tutte le domande, si fuma uno spinello alla frutta secca. Mentre fuori dalla sua casa un elefante cammina bevendosi una granita alla menta e una bambina comincia a diventare sexy durante un film di spaghetti western.

Succo di pomodoro e basilico


Ora Giustino si ritrova a correre con una sedia in mano per salvare almeno qualcosa dall’incendio del suo ristorante. Sta cercando di portare fuori anche il frigorifero e la carne buttata lì sul marciapiede tanto poi si laverà e intanto le fiamme mangiano metro dopo metro e il fumo distrugge anni di lavoro e di risotto. Ma ora non c’è tempo. Non può pensare a ricominciare e non si ricorda se ha pagato l’ultima rata dell’assicurazione. Ora sta portando fuori un cameriere quasi in coma dalla tosse e una cliente bionda con i capelli in fuoco e la pelliccia piena di pomodoro. Mentre la sua camicia bianca sembra un colabrodo cerca di asciugarsi anche le lacrime che sgorgano da un disastro annunciato. Quella bombola di gas andava, andava cambiata. Ma forse non era stata la bombola. Da quando si era rifiutato di pagare la tangente alla mafia era stato avvertito. Ora che guardava da fuori vedeva che stranamente il fuoco si era spento prima di distruggere tutto e forse, forse permettergli di ricominciare, pagando, ma di ricominciare. Ma no, non avrebbe ricominciato per dare tutto a dei cani.
Un mese dopo puntuali come la morte arrivarono.
“Ciao Giustino, mi spiace per l’incendio”
“Dimmi che vuoi e lasciami in pace”
“Lo sai cosa voglio”
“Lo sai cosa avrai, no?”
“Giustino, ascolta, hai una famiglia”
“Appunto che mantengo a malapena, se pago voi chiudo”
“Non puoi non pagare, tutti pagano”
“Allora va’ da tutti”
“Giustino, io sono tuo amico”
“Allora ascolta. Tu non sei mai stato mio amico, lo sei ora perché devi fare l’esattore. Se no tanti saluti. Comunque ora guarda qui”
“E’ una pistola, scherzi?”
“Guarda te lo spiego subito”
Gli sparò a una spalla, così, senza tante storie, ma senza ammazzarlo, non si ammazza per così poco. Forse l’avrebbero ucciso. Forse no. Anzi si’.
“Sei pazzo Giustino, ti ammazzeranno”
“Lo so, lo so. Ma se non sgommi in tre secondi morirai prima tu”
“Pazzo, pazzo”
“Ciao Amerigo. Ciao, saluta a casa da parte mia, mi raccomando”
Se ne andò. E lui prese il treno e se ne andò in campagna. Quant’era fresca l’aria e caldi i raggi di sole. Che strano. Queste cose le vedeva da giovane. Era da almeno vent’anni che non ci faceva più caso. Ma se non fai caso a queste cose come puoi dire che vivi. No, non è vita. E non è niente. E per chi e cosa era morto? Sua moglie non vedeva l’ora di divorziare e avrebbe passato la vita a passarle alimenti. Allora sia che c’è? Perché un’esistenza da schiavo invece che una vita. Una sola. Quel poco che resta. A fare il cuoco da qualche parte. Che in fondo il ristorante l’aveva aperto perché era un bravo cuoco. Aveva voluto fare il manager, ma sai che rogne, poi? Se ne andava a fare il cuoco italiano da qualche parte, in Russia, poi in Giappone, perché no?
Non scese dal treno, non andò a casa a prendere i suoi affari, troppo pericoloso e troppe cose da spiegare. Una telefonata al figlio ogni tanto, ma era già grande, poteva prendere l’aereo per andare a trovarlo.
E allora via. Verso la libertà. Da quanti decenni. Da quant’eternità. Anzi, perché darsi la pena di scendere dal treno, poi? Tanto il vagone ristorante c’era da qualche parte e anche qualche cuccetta. E allora ciao. Ciao amore. Ciao terra. Ciao mafia. Ciao a tutti. Di cuore. Giustino.