Freccia d’argento


Il colore porpora colora i miei denti e l’argento lo succhia senza derivare da una cometa. Il fatto è che non credo più al sacco di Roma e voglio mangiare frittelle come gli altri bambini.
E detesto il latte di capra. E anche se ho otto anni voglio farmi la Marietta che quando gioca, guarda un po’, trova sempre il modo di farmi vedere il colore delle mutandine. Stanotte ho sognato di perforarle con un trapano. Chissà che significa. In chiesa ho pregato e ho fatto la comunione. Trovo che un bambino ha sempre l’anima pura. Mentre l’odio di Satana si rivela il tappeto rosso che accoglie il principe di questo mondo. Perché io non sono di questo mondo e nemmeno tu. Stronzo.
È nella virtuosità del rituale che il prete compenetra il gregge con la magia rubata dall’inquisizione. E un toro s’impadronisce dello sbando iniziale e carica un petardo nascosto nell’altare. Da cui sboccia un vaso di rose rosse di porpora violaceo all’aids cotto al sangue. E tu che preghi davanti a una colazione di ceppi di rospo cos’aspetti a farti ungere e mungere dal sacro olio nel momento dell’estremo sussulto? Pensaci stronzetto, pensaci.

Indovinala grillo


Abramo si ferma a mangiare un Gyrlof alla banca d’affari della Smiurnia in località Belgio. Un tranello ardente lo attende al varco dell’olio piccante, mentre ritraggo un sospiro profondo e lui ritrae le palle e soffia fuoco che l’acqua non può spegnere, solo il bacio di una principessa che però ci rimane secca. Si rialza con uno slurm e un porca vacca ma decide di sposarla finché morte non ci separi. Così come una mela al fulmicotone s’interessa di bolge infernali così Abramo scrisse il suo diario all’inferno. Sì perché lì era finita la principessa. E la morte non bastò a separarli. Se lo sapeva prima. Comunque si chiese perché la radice cubica di un tarlo risulta essere sempre un coglione e mezzo. E la ragione capitò quando meno se l’aspettava. Una ragione di ferro. Un’ascia dura tra i denti. La ragione era che il suo cervello era grosso come quello di un tonno rio mare, già cotto e pronto da servire in tavola.
Abramo realizzò allora la sua missione su Terra. Mangiarsi il cervello un po’ alla volta. E chiese di tornare a vivere per sperimentare una nuova pettinatura indispensabile per riunire i denti sotto la stessa spazzola color arlecchino arcobaleno. Per accordarglielo gli chiesero tre condizioni. Mangiarsi i peli delle ascelle uno a uno. Condirsi il naso con la salsa tartara e soprattutto succhiarsi il pene imbevuto di birra alla spina. La prima ce la fece. Urlando a squarciagola, ma ce la fece. Per la salsa tartara non gli avevano detto che all’inferno tutto era piccante da far invidia ad un indiano, soprattutto la salsa tartara. La terza prova la sta ancora facendo, dato che più lui succhia e più viene, più viene e più si ubriaca e più si ubriaca e più succhia e non si accorge che continuano a riempirglielo. Diavoli di un inferno.
Ma la principessa interviene. Dopo un’eternità ma interviene. Oggi possiamo pescare pezzi del cervello di Abramo in ogni pesce. Ogni pesce che sa di birra alla spina. Con un retrogusto un po’ piccante. Ma basta dargli un bacio perché il sapore piccante evapori in una nuvola radioattiva.
Votate Sade.
Ma votate.