Alberi di gomma africana


Se una giornata di ottobre parla con gli alberi raccontando loro lo stato dell’arte della Terra e gli alberi hanno una faccia preoccupata, una ragione ci sarà? Non se ne occupa Annapina mentre cucina il suo arrosto di metallo lucido. Si gratta la testa con una pistola e spara a una mosca sul bordo della pentola del brodo fumante. Ma la sbaglia. E elimina un metacarpo ad un ospite seduto sul davanzale della finestra mentre si fuma una sigaretta. Una docile cagnetta fuma petardi di fieno in una nave spaziale e beve il brodo di metallo di Annapina che glielo serve in una ciotola di fango lunare.
Mentre alieni verdi e scheletrici si mescolano ai rami degli alberi di un paesaggio marziano e si godono una meritata siesta messicana i cowboy americani si divertono a passeggiare mucche beatificate da secoli di comunione ecclesiastica e godono a masturbarsi su selle di pelle umana di operai dell’ex unione sovietica.
Presi per il collo e impiccati a una stagione troppo secca per sopravvivere a pannolini sporchi lasciati imputridire in mezzo a una strada che si lecca le proprie ferite per redimersi dai peccati di una storia imbruttita dal sangue del parto. Una docile cagnetta fa i suoi bisogni accompagnata dalla nonna e dalla nipotina in una latrina metallica per cani modificati geneticamente in ambienti siderali.

Succo di pomodoro e basilico


Ora Giustino si ritrova a correre con una sedia in mano per salvare almeno qualcosa dall’incendio del suo ristorante. Sta cercando di portare fuori anche il frigorifero e la carne buttata lì sul marciapiede tanto poi si laverà e intanto le fiamme mangiano metro dopo metro e il fumo distrugge anni di lavoro e di risotto. Ma ora non c’è tempo. Non può pensare a ricominciare e non si ricorda se ha pagato l’ultima rata dell’assicurazione. Ora sta portando fuori un cameriere quasi in coma dalla tosse e una cliente bionda con i capelli in fuoco e la pelliccia piena di pomodoro. Mentre la sua camicia bianca sembra un colabrodo cerca di asciugarsi anche le lacrime che sgorgano da un disastro annunciato. Quella bombola di gas andava, andava cambiata. Ma forse non era stata la bombola. Da quando si era rifiutato di pagare la tangente alla mafia era stato avvertito. Ora che guardava da fuori vedeva che stranamente il fuoco si era spento prima di distruggere tutto e forse, forse permettergli di ricominciare, pagando, ma di ricominciare. Ma no, non avrebbe ricominciato per dare tutto a dei cani.
Un mese dopo puntuali come la morte arrivarono.
“Ciao Giustino, mi spiace per l’incendio”
“Dimmi che vuoi e lasciami in pace”
“Lo sai cosa voglio”
“Lo sai cosa avrai, no?”
“Giustino, ascolta, hai una famiglia”
“Appunto che mantengo a malapena, se pago voi chiudo”
“Non puoi non pagare, tutti pagano”
“Allora va’ da tutti”
“Giustino, io sono tuo amico”
“Allora ascolta. Tu non sei mai stato mio amico, lo sei ora perché devi fare l’esattore. Se no tanti saluti. Comunque ora guarda qui”
“E’ una pistola, scherzi?”
“Guarda te lo spiego subito”
Gli sparò a una spalla, così, senza tante storie, ma senza ammazzarlo, non si ammazza per così poco. Forse l’avrebbero ucciso. Forse no. Anzi si’.
“Sei pazzo Giustino, ti ammazzeranno”
“Lo so, lo so. Ma se non sgommi in tre secondi morirai prima tu”
“Pazzo, pazzo”
“Ciao Amerigo. Ciao, saluta a casa da parte mia, mi raccomando”
Se ne andò. E lui prese il treno e se ne andò in campagna. Quant’era fresca l’aria e caldi i raggi di sole. Che strano. Queste cose le vedeva da giovane. Era da almeno vent’anni che non ci faceva più caso. Ma se non fai caso a queste cose come puoi dire che vivi. No, non è vita. E non è niente. E per chi e cosa era morto? Sua moglie non vedeva l’ora di divorziare e avrebbe passato la vita a passarle alimenti. Allora sia che c’è? Perché un’esistenza da schiavo invece che una vita. Una sola. Quel poco che resta. A fare il cuoco da qualche parte. Che in fondo il ristorante l’aveva aperto perché era un bravo cuoco. Aveva voluto fare il manager, ma sai che rogne, poi? Se ne andava a fare il cuoco italiano da qualche parte, in Russia, poi in Giappone, perché no?
Non scese dal treno, non andò a casa a prendere i suoi affari, troppo pericoloso e troppe cose da spiegare. Una telefonata al figlio ogni tanto, ma era già grande, poteva prendere l’aereo per andare a trovarlo.
E allora via. Verso la libertà. Da quanti decenni. Da quant’eternità. Anzi, perché darsi la pena di scendere dal treno, poi? Tanto il vagone ristorante c’era da qualche parte e anche qualche cuccetta. E allora ciao. Ciao amore. Ciao terra. Ciao mafia. Ciao a tutti. Di cuore. Giustino.

Ma ve’.


Cipolle soffritte mi prudono il naso. E il concerto di capodanno si strugge il pollice per scaccolarsi la salsa maionese a cascata libera. Un fazzoletto di Saronno, ordino al bar. Mi serve un cocktail di peli di bue e sangue di coccodrillo. Niente male, ma manca un quid. Capisce e mi aggiunge un pizzico di sale. Io gli tiro un pugno in un occhio e una forchetta nel naso. Oggi ce l’ho col naso. Anzi, ce l’avevo dato che con un diretto lui me lo riduce a una patatina fritta. Gli rispiego in un orecchio che decido io se mettere il sale o no, logico che poi dopo gli sanguini. Finché la polizia ci guida dolcemente alla centrale per festeggiare i nostri compleanni con un soggiorno gratuito al loro hotel. Be’, la sauna c’è, allora perché no. Anche il cibo è meglio di quello che serve quel pirla al suo bar. A quel punto ho preso una pistola di un agente e gli ho sparato. Nel naso. Erano così contenti che mi ospiteranno per anni ancora. Non hanno ancora deciso quando ci separeremo ma spero che sia tra mooolto tempo.