Palla di Lardo


Una falcella si erge sul mare ripido in una forza ancestrale che prega i musulmani di farla tacere con un colpo secco di mezzaluna di cioccolato. Tutti è vita e tutto si avvita, gongolando in una sfera di cristallo open space rivitalizzata secondo norme antincendio.
Aspiro un desiderio e respiro pongo mentre spire di cioccolato assumono visioni di me. Una foto di cavallo pazzo s’incendia dentro di me e pretende di dirmi cos’è la depressione. Un giro di vite tra colleghi di sventura provoca un eccesso di risate a crepapalle che ci annoda le cravatte e ci strozza dentro un lavandino. Ecco perché mio nonno diceva sempre che le pappardelle possono avere effetti collaterali quindi leggere le istruzioni e le modalità d’uso.
Consideriamoci quindi che il Padre e il Figlio ci hanno generato e non creato della stessa sostanza del salame calabrese. Piccante e non salato. Ma bruciante al punto giusto. Quindi soldato Palla di Lardo, stai sull’attenti perché la prossima volta potrebbe toccare a te.
Sotto la gonna la capra campa, sopra la gonna la capra si fa una sega.

Annunci

Una gonnella in calore osmotico


Prude l’orecchio del presidente. In una folla folle che lo abbraccia e ride si tritura le spalle di formaggio intergalattico ed esplode in una scorreggia salata che uccide alcuni bambini troppo vicini alla fonte di calore. Morti per osmosi tecnica, questo il referto medico che chiuderà l’inchiesta sul culo del presidente.
Una lirica commerciale si sposta nel soffio di un tornado di noia mortale tra thè e barbiturici di un’attrice col raffreddore. Immortalata su pepe verde in abito da sera si pavoneggia nell’auto di calamari sotto un sole caprino. Salta lucciola della folla per una folle folla di applausi che significano gloria e microonde per un caldo calore della tua sottana.
Il bianco e il nero trasformano le sottane in un unguento di mille coriandoli appiccicosi e s’intersecano baciandosi caldamente lungo il tracciato di una montagna russa in cima alle montagne tempestose. Un’unghia si brucia lentamente friggendosi le ali tra un bombardamento e l’altro di aglio piccante che condisce e odora di spezie due amanti che amoreggiano in cucina finché lei non gli fa un pompino mentre lui mescola il pasto della sera.

Sciuri di periferia


Una fila di scrondi si delinea in una tenaglia di risate epilettiche.
Sono acceso in un sonno profondo e annoiato dalla realtà sensibile. Mi spaventa il turpiloquio dei pidocchi della mia vicina di sedia nella sala d’attesa dell’umanità. Mi chiedo se il peccato originale non sia una app dell’ipad di Dio.
La saliva scivola via tra le gambe della mia sposa che teme di avere un cancrino alle tette e sale l’orgasmo di un sospiro di una cavalla in calore.
Il divano della sala è adibito alla pazzia erotica di una coppia di cadaveri francesi sotterrati dalle loro paure.
Scivola un corno assoluto tra i peli di una negra che respira a ritmo di mantra. Il suono mi porta via e corregge le imperfezioni della mia pelle e sottende all’etica professionale senza gradire la folla bisbetica. Ci si ammazza per pochi spiccioli di saliva nel deserto di una sinfonia d’autore. A forma di pizza quattro stagioni.
Anche la pizza diventerà una app a pagamento.
Ho sete. Di marmo in polvere che disseta la mia anima con un segno di croce uncinata. Cetrioli in minigonna mi osservano succulenti fingendo un interesse per il mio tessuto adiposo piccante. Mi spargo una maionese di tonno e caprioli in una fetta di pane mentre osservo i ceci e le capinere volteggiare nell’aria di un capo tribù.
Vedo olive verdi che preparano la cena e un grasso pazzo che volteggia osteggiando una pancia deforme e che si chiama Enrico Melamamma. Dinovio si sputa addosso una patatina scadente per abbracciare Palmira in un abbraccio penetrante cavalcando struzzi drogati di oppio.
E croci benedicono l’umanità. E noi scendiamo dal cielo. Diamanti volteggiano con gli angeli coperti di melma oleosa che gli sbatte le ali.

Indovinala grillo


Abramo si ferma a mangiare un Gyrlof alla banca d’affari della Smiurnia in località Belgio. Un tranello ardente lo attende al varco dell’olio piccante, mentre ritraggo un sospiro profondo e lui ritrae le palle e soffia fuoco che l’acqua non può spegnere, solo il bacio di una principessa che però ci rimane secca. Si rialza con uno slurm e un porca vacca ma decide di sposarla finché morte non ci separi. Così come una mela al fulmicotone s’interessa di bolge infernali così Abramo scrisse il suo diario all’inferno. Sì perché lì era finita la principessa. E la morte non bastò a separarli. Se lo sapeva prima. Comunque si chiese perché la radice cubica di un tarlo risulta essere sempre un coglione e mezzo. E la ragione capitò quando meno se l’aspettava. Una ragione di ferro. Un’ascia dura tra i denti. La ragione era che il suo cervello era grosso come quello di un tonno rio mare, già cotto e pronto da servire in tavola.
Abramo realizzò allora la sua missione su Terra. Mangiarsi il cervello un po’ alla volta. E chiese di tornare a vivere per sperimentare una nuova pettinatura indispensabile per riunire i denti sotto la stessa spazzola color arlecchino arcobaleno. Per accordarglielo gli chiesero tre condizioni. Mangiarsi i peli delle ascelle uno a uno. Condirsi il naso con la salsa tartara e soprattutto succhiarsi il pene imbevuto di birra alla spina. La prima ce la fece. Urlando a squarciagola, ma ce la fece. Per la salsa tartara non gli avevano detto che all’inferno tutto era piccante da far invidia ad un indiano, soprattutto la salsa tartara. La terza prova la sta ancora facendo, dato che più lui succhia e più viene, più viene e più si ubriaca e più si ubriaca e più succhia e non si accorge che continuano a riempirglielo. Diavoli di un inferno.
Ma la principessa interviene. Dopo un’eternità ma interviene. Oggi possiamo pescare pezzi del cervello di Abramo in ogni pesce. Ogni pesce che sa di birra alla spina. Con un retrogusto un po’ piccante. Ma basta dargli un bacio perché il sapore piccante evapori in una nuvola radioattiva.
Votate Sade.
Ma votate.

Una fosca frattaglia di fottutissime fanfare


 

La fresca solitudine di un pollo che fu. Il salto dell’oca si gira e rigira e fornica al veder tramontare il vino dell’avvenire. Sbadigliando si siede e lecca il pianoforte di frattaglie di gibbuti.

Una verve letteraria, non c’è che dire.

La s.ra Maria si concesse una pausa poetica con una carota gigante che le ricordava da vicino la parte migliore del suo defunto marito e lo commemorò a modo suo con la certezza che anche a lui sarebbe piaciuto così.

Condimento piccante alla cena di oggi, con commensali di riguardo che mangeranno senza sosta pinoli all’aceto di St Hubert e pappardelle di cocco e cetriolini bergamaschi. Fu lì che una mucca di risate partorì in ammollo al centro del tavolo imbandito mentre il decoro si stagliava all’orizzonte di tramontana.