Il corvo


Una vita di spesa costante in crescita efficiente si mescola con il fumo di una marmotta fatiscente che dorme su un ghiro di cartapesta. Il libro aperto di una Messa scontata mi accarezza i timpani di una melodia feroce e pungola la mente con stuzzicadenti nel calcagno ateo. Una masturbazione costante s’interseca con la pipa che non è una pipa ma una pippa che mostra il lato x come fosse una torta decadente mi parla e mi dice “Ungiti il capo di pizza condita con mosche e topi d’appartamento che il tempo dura poco, ma è eterno” questo mi dice dall’aldilà. E sento urla di diavoli e politici e rissa di stormi corvini che mangiano patate fritte alla festa dell’Unità.
Boia ci molla, in un bacio affettato di prosciutto e mortadella. Conchiglie di pane consumano la mollica dei miei denti allertando il dinosauro che prende i piedi in contropiede l’avversità dell’esistenza. Mi ricordo un tempo che fu in cui le mutande scendevano dal cielo, ma oggi chi osa suonare la chitarra?

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Il diamante della fortuna.


Spargo nei denti dell’atmosfera rarefatta un pianto sibilante come la polvere da sparo che passa per il tuo occhio e ti friggo l’anima senza che te ne accorgi, bambino assurdo. La carica caotica degli acini di zenzero mi toglie il respiro affannoso della cyclette e apre i pori della sauna per i piaceri della nonna.

Soggetto passivo che leggi e pensi. Cosa pensi? Vaghi nel sonno ipnotico di una lettera che porta un suono che porta una luce nella tua mente che porta un’emozione nel tuo cuore sempre assetato, sempre affamato, sempre disperato. Hai paura?

Leggi il mentolo dell’arte, la pillola di fumo eufemistico che porta all’amore lesbico di due poggiacarte sodomiti creati dall’amore di Afrodite. Dea della banana in calore. Hai caldo? Non raffreddarti. Hai voglia? Coltivala. Hai sete di vita? Che scorra nelle tue vene senza farle scoppiare.

Hai stuprato una tartaruga? Succede a tutti prima o poi. Anche di trovarsi con dei mandarini nel culo, andati a male, oltretutto. Senti il rumore di Polifemo mentre mangia la Mirra nel museo dell’Odissea, mangia come una scrofa, e mastica carote, no, non le mastica, le usa come stuzzicadenti.

Sei un soggetto aulico, abulico, no abulimico. Sei quello che mia bisnonna definiva un arco pantotenico della natura, una vitamina al contrario, praticamente. Lo so che non capisci, ma fa lo stesso, se fossi qui per capire non continueresti a leggere. Sei qui per sentire i ritmi del tamburo cosmico dentro di te. Per fare l’amore con l’universo come facciamo tutti. Come con le tartarughe.

Una lacrima scorre sul divano a forma di farfalla lesbica.
E si fa una pera di lana di talpa.

Il sessuale abbraccio delle parole


conforto parole

Una stringa di caratteri si avvolge al mio corpo e ne cerca i meandri più genitali. Mente sapendo di mentire e sussurra all’orecchio quello che voglio sentire. Maestra della strada e cibo di un fantasma che si materializza in mezzo a neuroni cerebrali finché morte non ci separi.
Una mente che serpeggia sinuosa intorno all’albero della vita tra i pilastri di Salomone che ascende al cielo in mezzo a strade tortuose di tartarughe lente e sagge.
Dio mente perché solo così può farti arrivare alla verità. Disse luce e luce fu. In principio fu la parola. L’abbraccio mistico di un delirio onnipotente. Un pazzo bambino che giocava con una penna a sfera. Un orgasmo liquido che ha creato il vino e lo spirito. Un abbraccio rettilineo che ci guida verso una luce orgasmica. Una luce che gioca con Dio riformulandolo geneticamente.
E io scrivo una marea di cazzate. Ma divine. No?