Uau


Mi gratto la pancia in una fredda mattina di ferragosto mentre pioggia e neve fanno a gara per sfondare la mia finestra. Mi chiedo perché la pancia non fa a meno di aumentare le sue bolle mentre marcio alla testa di un battaglione di scarafaggi silenziosi. E un treno prosegue silenzioso la sua marcia verso il giro della peste con i bubboni danzanti intorno a una sogliola soffritta mentre piangeva soffocatamente lenta tra bulloni e patatine.
Medito nelle strade di honk kong con studenti indaffarati a fare i bagagli di un comunismo fritto e rifritto sbadigliando tra un mostro e l’altro per votare leader che saranno una vergogna e gli vomiteranno sopra ma almeno potranno dire che piove. Una lotta per l’illusione. Una lavatrice delle anime che cozza contro religioni e missioni su Marte. Mi amo e mi masturbo urbi et orbi.
Gisella si distende sulla strada per il massacro delle pedicure sulle rotaie di un treno per Yuma che fischia e fa uau uau. Ma porta lontano. Persa nella selva oscura di un trentenne che non sa perché è stato mandato in esilio. È questo l’epilogo di una storia di Cenerentola dopo che si sposa un principe zoppo a causa di una scarpa troppo stretta nella strettoia di un sogno ancora troppo piccolo per camminare con le sue gambe.
Mi pulisco le scarpe su uno zerbino che canta la musica degli antenati e una nostalgia gli scalda il cuore mentre la pioggia cade, stancamente, su di lui.

Il matrimonio di un papa


Un crogiolo di strofili s’innalza nel buio di una sinfonia d’autore sifilitico. Estraniamente si gode lo spettacolo di zombie che orgiano ecletticamente in una discoteca di provincia e fornicano in maniera cattolica per un’evangelizzazione universale. La terza guerra mondiale si gioca in camera da letto. Ma non mi ricordo più l’ultima volta. Non mi muovo ma mi rallentano i riflessi che pietrificano le corna represse. In ogni coppia c’è un terzo incomodo che a volte fa comodo, ma che anche lui fa parte dell’amore.
Sciogliamoci in quest’anello di congiunzione astrale e riflettiamo sulle comuni. Case di villeggiatura anni settanta. Oggi meta attrattiva di turismo sessuale o amore turistico. Una favola in un meandro della fantasia che risiede in ogni famiglia e santifica il gestore di un fondo comune. Non nego la difficoltà di essere Papa, ma molto superiore è quella di essere papà anche se si scrive, non so perché, con la minuscola. In fondo di papà ce n’è uno solo. Mentre, morto un Papa, se ne fa un altro.
Eccoci tra tarantole in un consesso episcopale a fare l’amore con la decisione di un’orgia papale e incularci a vicenda per un posto al sole di Marte sotto l’egida di un bravo pranoterapeuta morto in croce. Per questo mi chiedo, ma siamo fatti di cioccolato? Oppure lo zenzero ci ha dato alla testa? In fondo, per quanto filosoficamente importanti queste domande, l’importante è che abbiano dato un nome a Jack lo squartatore, il solito idraulico polacco, in pratica, ma almeno uno. Ora attendiamo il muratore italiano per l’omicidio di Yara e poi potremo finalmente dormire in pace, almeno fin quando non faranno fuori Putin. Tipo.

Andiamo piano, ma andiamo. Andiamo Musa, ma dove.


Delirami o Musa per le branche della tua pelle umana che mi accarezza i brandelli di cervice. Delirami col tuo muso a faccia di pesce per ispirarmi la poesia del cane e vortici di salsa maionese che mi attorniano il cervello tra salti di zenzero e sesso alla bucaiola. Ecco, mi guardo in giro e pretendo la luna, Marte e un paio di galassie, sì, le vorrei ben cotte, grazie, e con due dita di corna di toro macellato di fresco.
Amo il becco di una tortora. E allora perché mi pone domande filosofiche. No preferisco una zirudela raccontata al suono di una fisarmonica e canti di paesi. Mi perdo in ponti e pontefici e cardinali scardinati da catenacci sadomaso. Perché il Vaticano ispira sempre il sadomaso? E il nazismo la pedofilia? No forse il contrario. Ma comunque ciascuno aspira l’aria che gli arriva dal culo degli altri, questo è il punto. E la fonte dell’inquinamento acustico. Troppi sordi e troppi ciechi circolano davanti a semafori indecisi e arbitri corrugati e corrosi. Tutti saltano dall’Expo e si tuffano nella Mosa tutti ciechi e tutti sordi, tutti incoscienti e ignari. Messi da Dante nel circolo degli ignavi. Davanti a Madonne che alloggiano all’Olgettina. Davanti a putti che fanno pipì ammirati dai turisti.
Marcio silenzioso in un mare di mele marce e mi sturo il naso. È così che Galina gode. Un Reggiseno adattato ad Alice nel paese delle meraviglie. Saffo moltiplica poesie per femmine che ridono e piangono. Con aglio alla mano e parmigiano al piede. Che cade insieme a Ulisse da una Cistercense all’altra.
Estraiamo un estratto di sogliole e beviamo il succo del peccato originale. Non sa di mela ma di arancia meccanica. Un sapore di pazzia latente che rende il cervello antisettico, antistaminico e pieno di patate. No, non friggere. Mangia le domande che escono dalla finestra.

Me olvidaras


Un giorno saremo insieme a Barcellona e poi mi dimenticherai. Perché sei troia. E io coglione. Ma non ci farò una canzone. Ci farò una sega. E magari più d’una. E entrerai nel libro dei guinness. La ex a cui sono state dedicate più sedute autogestite.
Mi dimenticherai. Ma io non sono un pentolone bollito di escrementi di scarafaggio. Io sono qualcosa di più sottile. Io sono un paio di occhiali che si scioglie in una lava gelida di pesci lessi che cantano in coro una canzone lucida in stato post vegetativo da assunzione di stupefacenti. I Pesci Liquidi, si chiamano. Siamo una combriccola da bar. Una band posticcia come una parrucca su un cervo con le vene varicose. Di giorno suoniamo il clavicembalo e di notte non ci caga nessuno. Ma noi siamo convinti di essere grandi palcoscenici dove prima o poi suoneranno i falò delle vanità.
E costruiremo dighe di spermatozoi accumulatisi negli anni dalle radici degli alberi. E pagheremo le tasse a Tarzan. Noi insieme ai coleotteri di Odissea 2001 marceremo su Marte e instaureremo la dittatura liquida. Nel senso che oltre a suonare il clavicembalo berremo coca cola e ci laveremo con le mascelle di tricheco in polvere adiacentemente. Sii felice lettrice di balocchi stronzi. No, non sono volgare. Sono vero. Sono un microfono che scivola sulla spiaggia della fantasia e dà voce ai tuoi pensieri turpi. Quelli colorati di pece puzzolente. Quelli che il fango pregherebbe di tenere lontani da lui per non sporcarsi.
Il caso magnifica la fonte della vita finché il delirio non prenderà il sopravvento. E il delirio rivolterà il potere come il cacio sui maccheroni. Come la trippa sullo strutto di maiale. Come la vacca sul toro da monta.
Come cazzo finisce? Boh, per ora finisce e basta. Ciao.

Una rana translucida di qualità


Una principessa di fiabe e racconti per bambini si pulisce i denti davanti allo specchio delle mie brame e ascolta una musica a tutto volume dall’i-pod. I battiti del cuore si fanno sempre più vicini ad una cucina al lampone che persevera nel chiamarla Porca Vacca.
Gli esseni l’avevano detto che il giardino dell’Eden aveva bisogno di un giardiniere, ma il capofamiglia non li ha ascoltati perché è diventato mezzo sordo. Mutatis Mutande sempre che il mandarino cinese non si sollazzi il petto col fumo acido del rabarbaro ingiallito. Semi di canapa fumano una torretta equipaggiata con mitragliatrici positroniche a largo spettro, mentre gli antibiotici attaccano e si rimpolpano le gengive di strumenti monocorde .
Odino grida Porca Vacca in un racconto di Edgar Allan Poe davanti ad una croce appuntita che decolla verso Marte. Ne discende lo spirito santo e le valli e le genti si premuniscono con la maschera anti gas. I peti di Dio, si sa, sono la fine del mondo.
Oh, tu, lettore impotente, mungi una mucca di sale di sesso e sali al vertice di una stazione radio per trasmettere il pudore in una salsa radioattiva tramite le pulsioni naturali delle genti marziane.
E, tu lettrice lesbica, fotti un albero di menta leggendo un libro di ricette di cucina vegetariana al vapore subacqueo tra pesci tridenti e foche ammaestrate per condire gli sviluppi di un ascesso alla mandibola della principessa ranocchia (e lesbica).
Odino, silenziosamente, chiude la porta, e si siede sul cesso.

Oro Pando


Onda lunga in salsa liquida m’interessa la voce della nonna Panda. Nonna Panda soleva flirtare col Carroccio e preparare salse al peperone tamburellando con il fior di cotenna. Condiva sole, luna e stelle condite in salsa di pomodoro. Per portarle in riva a un monte e sedurle con un sitar indiano.
Una voce liquida tramonta sulla Senna e Parigi si sveglia per rifornire la notte di Eros e Marte. E per riformare il sistema sanitario. Rialzandosi con fatica la statua di Arianna si accoppia con Apollo in una discoteca nel quinto arrondissement parigino, là dove una ex maitresse ha aperto le porte alla grancassa della banda di paese per fumare marijuana dalla vagina di un serpente. E suona la marsigliese. Suona e accoppia gli stendardi in moribondi infernali che succhiano la vita da pinoli al peperoncino. E restano aggrappati a divani a molle arrugginite da urine acide ed escrementi rinsecchiti che il Gange benedice. E benedice anche la mia assicurazione sulla vita. Con un sitar indiano. E la musica folleggia nella nuit parisienne, tra trans che abbaiano per la strada e scimmie aureoleggianti che scoreggiano allegria sotto forma di elicotteri ad idrogeno liquido.
Mi dico che posso volare. E la festa di paese si riempie di pane transgenico proveniente dalla Cina, preghiamo quindi per la nostra baguette quotidiana sotto forma di fallo emergente.
Mi mangio un ossimoro di bue e mi unisco alla festa chiassosa, mentre Internet spara bit all’impazzata in cervelli di cuoio tappezzato di blu.
Una colica dormiente si corica su divani brillanti e puliti e schiaccia un pisolino per recuperare le energie per la prossima festa.
Bonne nuit Michelle, ma belle.

Un sostegno nella vecchiaia


Divo sostieni una montagna di carta igienica e voli sottendendo la piantina asburgica di un tetto che ti casca sopra la testa e crolla in lacrime fendenti la materia che impasto come la pizza. Io narratore onnisciente mi diverto a giocare a fare il creatore e il disfare del semaforo della vita eterna.
Il polipo a mille braccia si stura il naso e si masturba il buco del culo mentre una nuvola di fumo intercetta le sue papille digestive e lo fa vomitare zucchero filato. Un vomito più dolce del miele. Ore diciassette e quarantaquattro, e mezzo. Il tempo fila come un rasoio sulla mia faccia da culo. Imberbe e scatenata.
Il rasoio scorre. Liscio come l’olio d’oliva psicodelico. Creature del pianeta marmellata si misurano i seni caducei e appendono le loro memorie a damigiane di birra che scatta fotografie di momenti d’incoscienza psicodelica. Penetra in tamburi di mente onirica e senza alcun significato. Rumore assorda le mie orecchie.
E dio disse, e dio disse, e dio emise un suono. Prima il tuono, poi, poi, poi il fulmine. E luce fu. Il senso di spazio s’impadronisce di locali notturni mentre un’identità violenta s’impossessa della mia coscienza inconscia e comunque non raggiungerà mai il nirvana. Sono solo un carnivoro puzzolente che non significa niente in un grande nero appeso alla galassia che vomita pece nera in ogni secondo che collassa in buchi neri, nero è nero ritornerà. Segmenti di bit cercano di trovare un equilibrio all’interno di televisori di transistor per cercare di raggiungere la divinità e colmare il digital divide tra nord e sud Italia. Marocchini si lisciano il pelo tra marmotte ricorrenti un piato di sugo al basilico.
Fino alla fine del tempo. Fino alla fine del tempo. Un suono di note stonate s’intrecciano ai miei neutroni e piantano chiodi nei crateri lunari formatisi tra le giovani marmotte. Mentre un cucchiaio di pasta si masturba pensando alle cozze bollite nello strutto di liposuzione. Una scia rossa di sangue scarlatto si tinge di blu pensando a quante carte da poker ha distribuito nella sia corta vita da broker. Scommesse e cavalli. Cavalli e scommesse nitriscono insieme in un coro dell’Antoniano gridando a squarciagola “la vendo per un franco”.
Una mucca bela come un tacchino spremuto a viva voce su una roccia di bromuro espanso e la toilette tira l’acqua insieme a uno stronzo cotto a spuntino. Salsiccia domestica che violi il territorio dell’acerrimo nemico joker in modo che finalmente Batman sfoghi la sua omosessualità altrimenti che su Robin. Oggetti a volo pindarico s’insinuano ridendo nello spazio tra due transenne di una manifestazione di polizia che carica se stessa a cavallo.
Esogenesi letale. Vita da Marte scende vistosamente. Alieni abbronzatissimi si distendono sulla spiaggia in attesa di formare una comitiva di asparagi body builder.