Uno struzzo a forma di stronzo


Mi siedo in sella a una falena gorgogliante e prego il dio dei bambini di accedere alle porte di una torta di compleanno per godere dell’amore di una sirena impazzita tra bubble gum e stagioni di ferro rovente che non chiedono che di dare piacere a strali di mignotte frigide. Un cervo volante ci guarda sorridendo a una barzelletta di Zelig e prova piacere a considerare l’insostenibile leggerezza dell’essere tra trombe di froci seghettati di nero e polli da combattimento bolliti nel brodo dei tortellini. E’ vero, quindi, che un combattimento tra leggiadre capinere si realizza solo a cavallo di un capitano dei bersaglieri che nitrisce a ogni orgasmo.
Mi ami o mia Musa da combattimento? È così che si perdono le ancelle a forma di struzzo. Pavoneggiamoci tra un temporale e un tamburo battuto da sciamani fatti di pioggia e fiori di campo. E cosi’ vaneggio in un autunno battente bandiera bianca finché il pianeta smetterà di scorreggiare idrocarburi e metterà fine a un ciclo mestruale che dura da generazioni di allodole e mosche bianche.
Mi batto il petto e mi masturbo un piede. Quando l’orgasmo arriva, sono impreparato e mi metto il preservativo troppo tardi per non restare incinto.

Mi crogiolo al chiaro di luna


In mezzo a una spiaggia di testicoli in calore Anissa si siede e mostra il pomo d’Adamo alla selvaggina carente di antibiotici ormonali. Esige una mano sul corpo da schiava. Esige un sogno e una chimera che la porti su draghi di cartone in un’isola di porcini. Esige che la scatola di froci si apra e una bomba scoppi per dirigere il traffico di risotti. Gode al caldo sapore del mare. Nella fretta di un orgasmo con altri pianeti che gravitano intorno a lei dimentica di mettersi il preservativo e rischia di mettersi incinta da sola. Potere dell’immaginazione. Un bug nella matrix. Un bug che striscia sotterraneo in una casa fatta di piole e zanzare.
Corcina 86 anni si masturba nella sua casa nella prateria australiana davanti ad una sequoia alta 180 metri immaginando che sia un fallo di toro. L’orgasmo la vede rotolare in mezzo alle radici di iguana verde.
Caterina 18 anni fa l’amore col suo ragazzo in una cascina diroccata nella pianura statunitense ascoltando shakira nell’ipod dopo aver preso medicine antidepressive e senza sapere che di lì a poco ci sarebbe stata l’esplosione di un reattore nucleare a poca distanza.
Padre Alonso si fa masturbare da una signora di mezza età nella cucina dell’asilo di St Eusebio di Catalonia nel sapore stantio della mensa. Le mani di lei erano appena affondate nelle frattaglie di pollo e coniglio. Anche lei si eccita. Ma nel bel mezzo vengono scoperti.

Il miele disadattato


Nulla sottende alla redistribuzione del reddito e nulla parla nelle gonne di una maschera veneziana. E chiede. E risponde “Mi mordo la lingua!”, ma noi diciamo “E allora?” e quindi supercazzola a te amico e figlio dei fiori.
Ma tornando a tromba anche il miele cerca una via d’uscita dalle pecche quotidiane.
Angela mi fa una sega in cambio di una ruota di scorta usata. Ma ha delle mani da pianista e un tocco migliore della lingua di Venere. Non vedo l’ora id toglierle il succo della vecchiaia per ringiovanirla dai suoi ottantasette anni portati bene.
Figlia dei fiori di viola al forno che scrolla la ruggine di dosso da un cammello asmatico che quadruplica le forze per gestire la forza di Odino e sparare sulla croce.
Il senso del dovere evince la scoperta della caccia al tesoro per dormire su un materasso rotto il sonno del giusto. La bandiera bianca era rotta e sventolava su una prostata dolce come mele cotte.
Spizzico biscotti al rosmarino mentre l’orgasmo bagna il soffitto e ringrazio Angela.

Mi piego in un canovaccio di mutande


Scenari di peti all’aria aperta inalano l’aria pulita e soffocante del deserto africano. Il sole fiammeggia e ride solitario di barzellette che si racconta da solo. Giuda si sfrega il naso contro tette moribonde piangendo e scopando mentre una rachitica Madonna gli solletica il piede con l’alluce e gli dice “Amore succulento portami nelle grandi praterie a sollazzarmi di fieno ” e lui le sussurra “Certo cara stronza che ti appendo per le gengive e ti colo lentamente nel brodo di carne”. Entrambi mancano l’orgasmo di un soffio e si accendono una sigaretta di crine di cavallo giocando a carte con bertucce nigeriane.
Propendo in effetti per una cornamusa d’avorio e silicone, mentre mangio i pezzi di una banana raggruppata intorno a graffiti di metallo e rame in una grotta del Kentucky egizio dove i celti hanno imparato a suonare il mandolino e a ballare la tarantella napoletana in mutande di stirpe ascellare.
Negri sudati mandano effluvi di mango a vestali che ballano in girandole di fieno nell’unica grotta a disposizione del Neanderthal per i suoi libri e videogiochi. Ma è una festa se ti pare.

Tredici morti camminan sul tetto


La gravità scinde il mattone e decide di riportare in vita una granata della prima guerra mondiale a occhi chiusi. Ciecamente si spoglia delle sue vittime e si unisce in matrimonio con il mattone piantato su un cimitero. Un mattone conficcato nella testa tra le labbra per non amare fino al cervello per non sentire. Il fallo matrimoniale concepisce urla di passione mentre la folla acclama in festa la verginità perduta ai giochi della felicità. Evochiamo solennemente le giunche che scorrono sull’acqua della voluttà per perderci grassamente tra fili d’erba della foresta amazzonica e mangiare festosi pranzi natalizi tra la pubblicità del samsung tre e dell’i-phone cinque.
Perdiamoci e regrediamo allo stato di giunchi paludosi tra serpenti che sobillano le folle per portare il veleno alle loro bocche e cantare di gioia per il dolore confuso con l’orgasmo.
Armiamoci popolo per una classe dirigente sadomaso che mangia dalla bocca e mangia dal culo. Scoppiano di sangue succhiato dai morti che camminano e urlano la loro rabbia per non poter succhiare di più. Giochi della fame alle olimpiadi del Golgota si sfiorano la mano per assicurarsi la vittoria. La vittoria non lecca il culo.

Filigrane di metallo in salsa blob


Gocce martellano il mio cervello che chiude occhi e cieli aperti per acqua a catinelle. Il sangue piove e l’urina scorre tra paesi siculi ottocenteschi in un quadro rurale esposto in un museo di parigi che si sporca e cola sangue piano piano, ma non è sangue, sono lacrime del mio cuore che si staccano dai muri e imbrattano gli i-phone dei turisti giapponesi attaccando loro il virus della pellagra.
Ho fatto l’amore col diavolo. Era vestito di nero ed assomigliava ad una cagna mora e silenziosa. Un brivido mi ha percorso quando l’ho presa da dietro. Ho visto allo specchio il fumo rosso uscire dalla bocca e ho visto i suoi occhi diventare così neri che nemmeno un buco nero può essere così scuro. E mi sono eccitato e una follia mi ha spinto ad affondare un coltello nelle sue vene mentre mi ringraziava di farla morire e mi sono dimenticato il mio fallo dentro di lei e l’orgasmo è stato una scossa talmente elettrica che sono morto. Ho visto il diavolo ed è una gnocca pazzesca. Il diavolo gira qui vicino ed è assetato di roba bianca da bere. È grazie a lui che posso delirare e svenire. È grazie a lui che amo scrivere.
La ferita sgorga piena di liquido denso rosso porpora e imbratta le facce dei turisti del Louvre che corrono via e più corrono e più schizzano sangue da occhi e da orecchie e da tutti i buchi e anche dai pori e lasciano la scia come lumache finché anche il museo comincia a sanguinare da muri e pareti e tutti i quadri sembrano essere imbrattati dal virus. Solo lì, solo allora i giardini di Dio rilasciano il loro vapore azzurro che beve e lecca sangue e saliva e come vampiri ripuliscono la città dal sangue scarlatto che ha invaso tutta la terra come un diluvio per settimane senza mai fermarsi. Tutta la Terra ha cambiato colore.
E io scrivo. E tu leggi. E ora aspira l’odore del sangue.

Sciuri di periferia


Una fila di scrondi si delinea in una tenaglia di risate epilettiche.
Sono acceso in un sonno profondo e annoiato dalla realtà sensibile. Mi spaventa il turpiloquio dei pidocchi della mia vicina di sedia nella sala d’attesa dell’umanità. Mi chiedo se il peccato originale non sia una app dell’ipad di Dio.
La saliva scivola via tra le gambe della mia sposa che teme di avere un cancrino alle tette e sale l’orgasmo di un sospiro di una cavalla in calore.
Il divano della sala è adibito alla pazzia erotica di una coppia di cadaveri francesi sotterrati dalle loro paure.
Scivola un corno assoluto tra i peli di una negra che respira a ritmo di mantra. Il suono mi porta via e corregge le imperfezioni della mia pelle e sottende all’etica professionale senza gradire la folla bisbetica. Ci si ammazza per pochi spiccioli di saliva nel deserto di una sinfonia d’autore. A forma di pizza quattro stagioni.
Anche la pizza diventerà una app a pagamento.
Ho sete. Di marmo in polvere che disseta la mia anima con un segno di croce uncinata. Cetrioli in minigonna mi osservano succulenti fingendo un interesse per il mio tessuto adiposo piccante. Mi spargo una maionese di tonno e caprioli in una fetta di pane mentre osservo i ceci e le capinere volteggiare nell’aria di un capo tribù.
Vedo olive verdi che preparano la cena e un grasso pazzo che volteggia osteggiando una pancia deforme e che si chiama Enrico Melamamma. Dinovio si sputa addosso una patatina scadente per abbracciare Palmira in un abbraccio penetrante cavalcando struzzi drogati di oppio.
E croci benedicono l’umanità. E noi scendiamo dal cielo. Diamanti volteggiano con gli angeli coperti di melma oleosa che gli sbatte le ali.