Un batuffolo di cotone spegne l’aglio.


Mentre catini di neve suonano l’adunata mi crogiolo nella radura scolastica di un uovo sbagliato rispetto all’equazione di una stagione da tressette. Mi volto a guardare una pittura mentre cago su un forno a microonde che scola un lattice a forma di preservativo eretto e gli uccelli cinguettano forsennati al ritmo di una musica tecno. Una Ferrari arriva e parcheggia in nero.
Mi rigiro nell’aglio scorretto con uno stomaco pieno di maionese e un cane pazzo mi osserva con sospetto.
Assorbo l’atmosfera di ketchup con una minigonna e un paio di stivali da cowboy mentre una lucertola piange e si masturba insieme a un cavallo a pois.
In fondo perché non ridi? hai una faccia comica che fa paura e tutti ti chiamano Franchestin. E allora attacchiamo il Ruanda, ma prima trucchiamoci bene per non avere sorprese.
In questo modo ci ricolleghiamo alla presa di corrente e al grande spirito spiritoso e spiritato. A 90 gradi.
Che brucia un po’ e poi fa digerire. Coca cola. È così che si apre il cielo sopra Berlino e le tigri piangono mostrando un culo attillato pieno di jeans.
Il cavallo ci aspetta.

Sig Sig!


Sigfrido si taglia un dito pelando una carota, soffre come un cane sodomizzato da un trapano incandescente. Forse un po’ meno, ma il dito penzola. Decide d’impiccarsi per la sua imbecillaggine e prende un filo elettrico mentre spruzza sangue che sembra il tubo del giardino. Ma d’improvviso si ferma e piange, non vede più niente e il dolore delle lacrime sembra attenuargli il bruciore del dito che se tutto va bene glielo amputeranno. Dopo dieci minuti di pianto ininterrotto suona il telefono. È Frassica che gli chiede se gli va di andare al cinema a vedere un film un po’ pulp che danno in un cinema underground “c’è il festival dell’horror. Dai che ci facciamo due risate. Porca… ma che silenzio, cos’hai, ci sei? Dai che andiamo, ma cosa…Sig. Sig? oh, Sig, stronzone, ci sei?” no era andato in bagno, almeno lì nessuno gli rompe. Si veste alla meno peggio, con un paio di jeans che puzzano di stantio e una maglietta nera usata in palestra ieri.
Inforca la moto e si dirige verso l’ospedale più vicino. Parte in sgommata e cade dato che è appena nevicato. C’è silenzio, ma un autobus passa. Lo vede in lontananza e decide di lasciare perdere la moto e arrivare in ospedale prima possibile. Quell’autobus ce lo porta dritto in braccio. Va alla fermata lì di fianco a casa e sale. Alla fermata successiva tutto l’autobus scende. Dimenticavo. È un appassionato mangiatore d’aglio. Resta solo lui, un ex pugile mediomassimi con la sua faccia butterata e l’autista, un nero di 47 anni, che ha messo l’aria condizionata a palla e tirato giù il finestrino (c’è sempre la neve) e spera che non gli debba chiedere indicazioni. “Senti vecchio, è quello lì l’ospedale?” gli fa Sigfrido all’autista indicandogli col dito tagliato un edificio bianco lattice cinquecento metri più giù sulla sinistra. “Sì, sì, certo, è un ospedale quello? Ha un bisogno urgente vedo” “Sì dei cessi dell’ospedale. Grazie”. Quando scende fa per attraversare ma sente uno strillo di donna che viene da dietro di lui e vede un ladro di borsette più piccolo di lui che viene proprio dalla sua parte. Gli si para davanti. Questo si fionda verso di lui. Fa per placcarlo. Questo tira fuori un coltellaccio da Crocodile Dundee e glielo passa pari pari sulle altre quattro dita. Che lui ficca direttamente nella neve per non svenire. La neve si tinge di rosso tipo splatter e la donna che gli si era avvicinata per ringraziarlo gli spacca un timpano con un altro strillo al che lui le tira un cazzotto in faccia e lei sviene. Prima di dirigersi verso l’ospedale raccoglie gli altri pezzetti di dita sparse un po’ di qua e un po’ di là e se li mette in tasca.
Ci sono voluti cinque chirurghi e un’operazione di 44 ore. L’ultima volta che l’ho visto era ancora lì con un manone da Hulk ma forse con tutte le dita rimesse insieme. “Ciao Gangia, ti devo raccontare l’ultima” mi ha fatto quando sono entrato. Pensare che ero di cattivo umore per la solita lite familiare. Ma come mai che quando uno sta peggio di te tu ti senti meglio? Sarà stato l’aglio che mi ha stordito?

Margherita


Il suo cognome faceva “ghiaccio” in una lingua e “tricheco” in un’altra. Di nome faceva Margherita. In pratica era una foca semovente, bionda e ingobbita. La faccia ovale, con occhi ovali a bolla e a trent’anni ne dimostrava 90 o 150 era uguale.

Un’età fissa in un tempo immobile.

Rassegnata e non contenta a non opporre resistenza all’esistenza e a vincere la vita con la tattica camaleontica dell’acqua che diventa nera prima ancora di sporcarsi.

Margherita si guardava allo specchio la mattina appena alzata solo per prendere atto di una faccia nata vecchia e che non poteva permettersi il lusso di ammettere di odiare.

Muovendosi in maniera fantasmatica cercava di vegetare dando meno fastidio possibile ai propri desideri in modo da non averne. Sapeva che non avrebbe avuto voglia di avere figli per la sfida che essi stessi rappresentano. Uomini pure. A modo suo aveva già vinto dato che non aveva più niente da perdere. Tutto quello che viene, quindi è guadagnato. Mica scema. Sorrise guardandosi allo specchio e ammirando la propria intelligenza, mentre si infilava un paio di jeans e andava a lavorare come segretaria.