Mi sparo e mi sturo


Una mano di bambino si strofina contro il muro di una degente dell’ospedale sfregateatebeneicoglioni e opera una minuta ragazza in una figa microscopica cercando di allargarle le labbra che sono chiuse da una mascella dentata. Chiama un dentista e gli dice “togli il dente del giudizio, è quello che impedisce ai cazzi di circolare liberamente”. Una luna rotonda si inserisce nel sedere di un primo ministro e comincia a girare roteando piena di sani principi e prega in una chiesa intestinale vuota in cui il centro gravitazionale modifica lo spazio tempo e permette di viaggiare con il pensiero in mezzo alla merda universale.
Sturo un lavandino con i denti e poi penso al sesso di una farfalla che galoppa insieme ai vermi e ai politici ed entrambi si nutrono di sensi alternati per distruggere i ricordi irrefrenabili che continuano a martellare in una testa malsana di capra al formaggio.
Eunuchi volano al di sopra di un toro da monta che ha perso la corrida della sua vita e ha incornato il re per sbaglio regalando la libertà a un paese in guerra spirituale tra api impollinatrici e polvere di stelle. Lacrime di morte che piovono tra gocce radioattive e pullulano di sterco che sa di cipolla soffritta. In questo contesto un arcobaleno guardato da una bambina la mattina di Natale diventa una maschera veneziana che ride di un riso sarcastico che sa di tartufo al cioccolato amaro.

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Ma in fondo…?


Cara Ninina morire d’inverno non è un gran che. Una misura di tè che non calza al mio piede. Uno zoccolo duro d’elefante che struscia la vagina contro un albero del tè. Per sacralizzare una cerimonia che dista mille chilometri di asia e inferno. Una castagna circoncisa mi sposta da una parete all’altra per assaporare la ghisa che pende dalle mie labbra sensuali di pantegana suadente. Così voglio essere ricordata ai posteri, come un’ardua sentenza. Forse sbaglio?
Un protocollo di pagine di frusta scende dal cielo con la manna degli ebrei e rotola verso fiumi d’inchiostro per mostrare la retta via al dio della pagina bianca. Che in fondo non si scompone e mostra il fianco a diverse interpretazioni. Una coccinella si innamora di un bue e spara fuori il minitauro, un toro con le ali di farfalla, ma che quando si fa una sega fa piovere per una settimana. La chiamano “manna dal cielo” e se la mangiano tutti quando fanno un crociera nel mar rosso.
Un atavico senso della paura pervade la schiena di un topo di appartamento finché non si trova faccia a faccia con uno squalo tigre che gli chiede una penna per disegnarsi un paio di baffi come dio comanda. È così che diventano amici per le palle e partoriscono conigli di serra bonsai che ridono a ogni barzelletta che gli racconta berlusconi. Una tragedia greca si abbatte su questo mare di salmoni che piangono dalla gioia di un impatto con la topa morta di salsa ketchup e pantegane puttane.
Ma in fondo quale può essere il trend ascendente di un morto?

L’anno del carciofo


Mi annego in un pozzo di birra per unire i punti dei satelliti che volteggiano tra i miei capelli e i pidocchi creatori del cielo e della terra, ma soprattutto della forfora grassa. Un volteggio da farfalla e mi incuneo tra il rubinetto e la sala parto di una clinica per cervelli bucati. Verifico i punti che uniscono i satelliti e mi buco una vena per iniettare la droga ogm che viaggerà a velocità sub luce e arricchirà gli atomi di birra per darmi sensazioni spaventose. L’unico rischio è che il corpo esploda. Ma è ok. Il pusher mi ha assicurato che è roba di qualità DOP e viene direttamente da Monsanto.
Mi lecco un orecchio sporco di sangue di bue macellato da mio zio ieri pomeriggio e tutto sommato avevo voglia di un po’ di cioccolato giallo che sa di sudore di gallina. Per quello che il brodo di oggi è così buono. Ho mangiato quintali di tortellini alla crema pasticciera che nuotavano allegramente tra pesci palla e orgasmi di brodo primordiale al sugo di carciofo. Mi sono tagliato la pancia per asciugare al sole il soffritto di burro che fuoriusciva dalle budella color pece e ho goduto del vomito della Carmela che si asciugava le labbra col lenzuolo mestruato.
Sono state feste festose per gli abitanti della Terra di mezzo. E di sopra. Ma non per quelli Di sotto. Loro hanno pasteggiato con ossa di bambino e peli di gatto. Hanno mangiato panettoni di scarto di cuoio e si sono bevuti sangue di Befana dell’anno passato. Si sono rotolati tra dolori e auguri di buon anno sapendo che si tratterà di arrivare vivi al prossimo, ma di lotta di classe non si parla più. Si parla solo di guerra tra poveri.
Il futuro dell’umanità dipende dalla riforma della legge elettorale. È a questo che tengono gli abitanti del calcio in culo. È da questo che dipendono i clienti dei ristoranti romani e i loro dipendenti. Tutto dipende dalla riforma delle circoscrizioni, anche il tuo mutuo. Se si cambierà questa sola legge allora sarà una grande vittoria. La testimonianza che i nostri dinosauri possono presentarsi agli elettori cantando vittoria. E pretendendo altri cinque anni per parlare della prossima ventura. Buon anno a voi, che possiate gemere di miseria al nostro posto. E noi dirvi che abbiamo cambiato la legge elettorale.

Bello così


Mi ritengo una satira espansa. Un giocatore di tutto rigore. Uno sputo che va in gol. Mi ritengo e mi ritegno. Sono una castagna che brucia nell’immensità di uno stracotto di patate. Ma è bello così. Letale. Una cazzata in salsa di noci e una preghiera che dice Fischia che ti passa. Una rondella di fieno solletica le tue narici. Una farfalla agitata si siede sul tuo cuore. Battelli al vapore attraversano la Senna in cerca di guai. Un fuggiasco d’amore s’incatena al luna park e urla Venti baci un centesimo. Una pasta corpo a corpo sinuosamente sinuosa sfreccia in minigonna per le strade nere di pece.
Mangio un’ostica di pelle di burro e l’assorbo nel corpo che si riempie di macchie rosse che bruciano e fumano (sigari cubani).
E perché no?