Una lacrima sul viso


Mi piego e amo accarezzare la pelle di un organo sensibile. Che mi parla di piacere. Che mi parla di salsa piccante in salsa di tonno maturo, ma non troppo. Adoro civettare con pesci palla e lasciare che mi massaggino le labbra di un rosso vivo. Un rosso che diventa fuoco di paglia. Un’adolescente che stira le camicie. Una puzza che viene dal suolo. Un pozzo di petrolio che rigetta fiotti di camicie nere in mezzo ad una gola che ingoia e digerisce. Tu mi ami e io ti odio. Questo dice la bibbia e il nostro Dio, ma in fondo anche lui è una mandragola in calore che non sa dove trovare pace se non nella preghiera di un dio più grande di lui.
Mi butto in una costa concordia che affondando guarda il suo schettino e lo appende all’attacca panni per usarlo come bersaglio delle freccette del luna park. Un dinosauro evirato che mi saluta paracadutandosi è simpatico come una patatina col ketchup ma sinceramente meno appetitoso. Di conseguenza mi chiedo perché non votiamo per una politica del marchese del grillo? Se si tratta di uno scherzo abbracciamoci in una carnevalata da sandwich goliardico che salta da un trampolino all’altro in modo da avere un orgasmo acrobatico. Sogno mari melensi in salsa di triglia mentre lacrime sgorgano dai miei piedi per aver combattuto la guerra della passione cosmica senza aggettivi fritti.
Detto tra noi sono stanco. Di una vita e di una morte che ammorbano un’esistenza piena di carote lesse e patate in calore che non chiedono che di accoppiarsi e ancora e per sempre. E fili elettrici salterebbero agli occhi per mostrarci lacrime di dolore e risate di compassione. Tra violini tristi e forchette di musica colossale mi chiedo perché una sensazione di gotta al pavimento non arrotoli un piatto di spaghetti attorno al collo di un impiccato per aver rubato sei cervi nel giardino del re.

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Il corvo


Una vita di spesa costante in crescita efficiente si mescola con il fumo di una marmotta fatiscente che dorme su un ghiro di cartapesta. Il libro aperto di una Messa scontata mi accarezza i timpani di una melodia feroce e pungola la mente con stuzzicadenti nel calcagno ateo. Una masturbazione costante s’interseca con la pipa che non è una pipa ma una pippa che mostra il lato x come fosse una torta decadente mi parla e mi dice “Ungiti il capo di pizza condita con mosche e topi d’appartamento che il tempo dura poco, ma è eterno” questo mi dice dall’aldilà. E sento urla di diavoli e politici e rissa di stormi corvini che mangiano patate fritte alla festa dell’Unità.
Boia ci molla, in un bacio affettato di prosciutto e mortadella. Conchiglie di pane consumano la mollica dei miei denti allertando il dinosauro che prende i piedi in contropiede l’avversità dell’esistenza. Mi ricordo un tempo che fu in cui le mutande scendevano dal cielo, ma oggi chi osa suonare la chitarra?

Il kharma della pantegana di bronzo


Un ufo robot d’acciao prende una cartolina e la scrive a una pinta di birra che soffia vorace una pantegana sifilitica. E gratta la pancia a un orso di coca cola che perde la voce tra rantolii di sangue alla menta piperita. Avendo mangiato peperoncino a colazione emette polvere da sparo a forma di yeti.
Peli di donna mostruosa intersecano la violenza di un palloncino colorato di rosso cocomero nel cielo azzurro che romba i pistoni di un ginocchio artritico.
Masturba il cetriolo di metallo spugnoso i vermi giganti in un lago di cori gregoriani tra centurioni di sperma che affluisce a gocce nella cascata del mago Merlino. Rigurgiti di dinosauro si spargono in mezzo a laghi di sangue di placenta e il grande ballo delle capinere dirige il valzer delle candele tra ioni di sodio e cloruro di patata fritta e soffritto di godimento lento.
La santa messa di un anatroccolo a forma di sformato decodifica il linguaggio dell’eremita in cima alla torta di zucca vuota e mi ricordo del Messia che mi diceva che in vita non aveva mai visto una tetta al vento. E gli dispiaceva. Povero Cristo. Faceva pene.