La tasca del delirio


Sono figlio di una marijuana che è piombata su centinaia di teste appese per le palle dai miliziani jihadisti sunniti ayatollah islamisti, insomma cabarettisti che non avevano pagato le royalties per i copyrights che avevano scaricato in streaming durante il ramadan bam bam.

Orde di lanzichenecchi incappucciati bruciano croci per strade liquide di sangue e pustole di pesti di puzzole uncinate da clave non più appese in mezzo alle spazzole delle donne che fanno harakiri in un mondo color del buio. Mi perdo nelle curve sensuali dello spazio tempo che ha tette tipo Angelina Jolie.

Dai suoi antri bollenti escono gocce di sangue che si perdono in laghi artificiali di reggiseni truccati e tacco dodici. Ponti a forma di passerelle dorate squarciano orizzonti di poesie estreme che insudiciano di merda secca occhi in lacrime di guerre sanguinolente.

Una tasca di delirio scivola sull’orizzonte insanguinato di mille cadaveri rossi. Annamaria non piangi a tua volta, il seno del pollo si scinde a ponente e mostra caverne di pettirossi agitati. Ma senza febbre.

Cinquanta sfumature di peli pubici


Una ruota capovolta rinfresca la mia testa rotta e danza correndo nella Terra pruriginosa senza arrotare coltelli per tagliare salami in una schiena nuda e sensuale di donna.
Cinquanta sfumature, non si può più dire, come forza italia. Ci rubano le parole e con esse i concetti. E con essi le emozioni. Ma noi balleremo finché non sarà notte. Finché non sparirà il sole. Aspettami e balleremo insieme finché il mondo non berrà il calice dell’Apocalisse.
Dammi la tua schiena. Dammi la tua bocca. Andremo nel mondo del verme verde e giocheremo a dadi con Dio. Sorrido pensando alla teoria della relatività del cioccolato. Per giustificare la nostalgia dei tori e dei cavolfiori. Ma perché? Le domande sono più belle delle risposte. E il delirio altro non è che una grande domanda che rimbomba in una campana che suona a morto per vivere tutto in questo momento. Perché non può essere altrimenti? Perché corro in un’autostrada di sole bruciante sudando e bevendo rospi e falene con la diarrea.
Vado in bagno a vomitare pezzi di anima e canto un canto celtico per giorni pazzi come un bambino che si chiede come invecchierà quando sarà nonno di bambini come lui. Facce che mi girano intorno e ridono come pazzi che ridono come pazzi. Mi amerai ancora ? onestamente non me ne importa molto. Ma non prendertela in fondo dobbiamo ancora fare l’amore. Dammi la tua bocca per farmi uno spinello di farina di frumento biologico.

Coito ergo sum


Ero su una pista da sci e ruzzolavo a valanga per i sentieri dell’anima di una pantegana strabica mentre i miei occhi rilucevano di bianco latte al cioccolato fondente. Una storta. Una maledetta storta alla caviglia mi sbatte contro un sasso che finisce all’ospedale per trauma cranico. Mi sento responsabile per la vita del mondo minerale. E sono presente al funerale insieme alla vedova e ai parenti. Ma perché la Russia è la terra delle ghiacciate e la Florida la terra del sole insieme al Chad? Perché chiamare Sudan un paese in cui evidentemente si suda? E perché i fachiri sono solo in India? Mentre riattivo la presa di rete delle unghie di tapiro il mondo piove e la zingara balla.
Siamo insieme nella sala da sballo di un limpido oceano pacifico che accarezza il viso di una spiaggia alcolizzata da qualche parte in Nuova Zelanda e uccide il limbo dantesco di Paolo e Francesca per atterrare nella gestione a distanza di un sito web dedicato al delirio senza speranza e senza faccia tra due montagne che si guardano in cagnesco.
Una gatta passeggia sul tetto che eccita i suoi sensi animali e si fa penetrare da un camino spento e sospinto dalla forza del vapore acqueo tra quadri di fiori di loto e gelsomini sdolcinati che profumano di spermatozoi incontinenti. Un urlo e un getto di vapore al vulcano fiorito si sdraiano e si baciano tra effluvi di lava che lava la sporcizia dell’anima in una preghiera al lobo sinistro dell’orecchio della bestia innamorata con un coito vaginale.

Nella faccia del delirio


Una faccia si gira dall’altra parte mentre i miei sogni spariscono nella nebbia della mattina che con l’avorio in bocca impone ai fantasmi della notte di uscire dalla finestra e li sostituisce con altri di un mondo legato alla terra. Tra piccioni e pipistrelli vestiti da festa in maschera ammazziamo la rustica comodità di un letto caldo con quella pungente di vento gelido e camminiamo tra polveri pesanti e camion autostradali tra pezzi di piombo e panifici che vendono quello che hanno prodotto durante la notte.
Un cane guaisce e un barbone perisce nel cammino verso il posto di lavoro. Insieme a una vecchietta incipiente che mostra al nipote come il cane fa i suoi bisogni e i piccioni mangiano le briciole e la riproduzione si rimescola insieme alle cipolle del soffritto in un brodo primordiale tra galassie che stanno sparendo come i fantasmi della notte nella nebbia mattutina che ha l’oro in bocca e il piombo nei polmoni.
È così che libero la mia immaginazione tra le budella terrene e propongo l’utopia del delirio a lestofanti mugnai e lesbiche androidi di generazioni di tessuti adiacenti che si coprono con coperte della nuova e vecchia Zelanda sognando un osceno pacifico che muggisce onde scatenate e ricopre gli atolli di atomi di pastafrolla meneghina.
Prego. Avanti tu che io non posso.

Il dipinto varesotto


Mi fa male il calcagno e soffio su un fiammifero acceso per farmi passare il mal di testa e il senso di fallimento che frana dalla montagna come un rotolo di carta igienica. La luce negli occhi di persone coraggiose si accende in una stanza poco illuminata da neon digitalizzati che restano sospesi in una nuvola di cazzate spaventose e risvegliano il sonno di un letargo orsante nel budello di una capra.
Il giudizio di un tonno si unisce al delirio di una vacca boia. E insieme costituiscono l’allegra brigata di ministri della Repubblica degli asparagi consenzienti. Al fine di arginare la diga e impedire l’assalto alla cittadella dorata in tungsteno cinese. Sabbie rare si spargono nel nostro respiro ansimante e viaggiano su treni di paglia fritta da dove il Commodoro si sollazza la frutta del glande spremendo e vaporando.
Una nera capinera mangia aglio crudo per riparare i denti persi da una cornacchia di pastafrolla gaudente. Mi impicco alla sedia in una sera di pan di stelle e rido al pensiero di una zia stanca che trova i nipoti nei banconi di frutta del supermercato e li compra insieme allo spermatozoo di balena per il vecchio gallo di casamatta che in una croce uncinata si sforza di espellere i pallini di sterco dalla catena dell’acqua calda.
Una preghiera rivolgo ai governanti e ai governati, che si facciano badare dalle struzze australiane per fare una finanziaria col portafoglio in mano che viene diretta alle utenze sparviere per recuperare qualche briciolo di anima putrefatta e continuare a nutrire i vampiri.

Me olvidaras


Un giorno saremo insieme a Barcellona e poi mi dimenticherai. Perché sei troia. E io coglione. Ma non ci farò una canzone. Ci farò una sega. E magari più d’una. E entrerai nel libro dei guinness. La ex a cui sono state dedicate più sedute autogestite.
Mi dimenticherai. Ma io non sono un pentolone bollito di escrementi di scarafaggio. Io sono qualcosa di più sottile. Io sono un paio di occhiali che si scioglie in una lava gelida di pesci lessi che cantano in coro una canzone lucida in stato post vegetativo da assunzione di stupefacenti. I Pesci Liquidi, si chiamano. Siamo una combriccola da bar. Una band posticcia come una parrucca su un cervo con le vene varicose. Di giorno suoniamo il clavicembalo e di notte non ci caga nessuno. Ma noi siamo convinti di essere grandi palcoscenici dove prima o poi suoneranno i falò delle vanità.
E costruiremo dighe di spermatozoi accumulatisi negli anni dalle radici degli alberi. E pagheremo le tasse a Tarzan. Noi insieme ai coleotteri di Odissea 2001 marceremo su Marte e instaureremo la dittatura liquida. Nel senso che oltre a suonare il clavicembalo berremo coca cola e ci laveremo con le mascelle di tricheco in polvere adiacentemente. Sii felice lettrice di balocchi stronzi. No, non sono volgare. Sono vero. Sono un microfono che scivola sulla spiaggia della fantasia e dà voce ai tuoi pensieri turpi. Quelli colorati di pece puzzolente. Quelli che il fango pregherebbe di tenere lontani da lui per non sporcarsi.
Il caso magnifica la fonte della vita finché il delirio non prenderà il sopravvento. E il delirio rivolterà il potere come il cacio sui maccheroni. Come la trippa sullo strutto di maiale. Come la vacca sul toro da monta.
Come cazzo finisce? Boh, per ora finisce e basta. Ciao.

Un Celice d’oro, un delirio Vasto.


Una setta si compiace del pallone d’oro attanagliandosi le dita tra un’incudine e un martello. Un roditore s’infila in affari che non sono suoi e perde la coda in un tentativo maldestro di pregare un castoro crocifisso tra due denti affilati. È una corsa all’oro quella che si siede trafelata tra una folla urlante e una musica trance assordante e metallica. Vibrano i timpani di periferia. Saltano le corde elettriche di un subacqueo in immersione tra stuzzicadenti impalpabili e gamberetti che sanno di polipo azzurro. È così che finisce la storia. Con due anzi tre, anzi quattro gatti delle nevi che si accoppiano tra di loro in un intercorso che suona una chitarra da flamenco che si origina in un’ascella pelosa mai lavata.
Pelli di platano scendono soffici sulla mia pelle e grattano via il sudore di un amore mai consumato. Sulla mia pelle molle si cicatrizza un mal di stomaco che balla il tango su un collo di volpe che mi serve per lavarmi i denti la sera del dì di festa.
Odi Odino il calore dell’uomo che cova salsicce nel buio di un porcile. Scende il liquido marrone da un cielo grigio. E cola lungo le scarpe rattoppate di un papero zoppo.

Una pecora s’ingiallisce le dita scoperchiando un delirio di mango


Una mano di cartapesta si stuzzica l’orecchio di paglia e l’altra mano suona il gong. Filippo ama una chitarra alla follia erotica, la gioca al flipper per un pugno di dollari e la perde rovinosamente contro una scommessa alla palla di lardo. Non potendo vivere senza un suono a macchia di leopardo Filippo si muta in una transenna di caramello e si fonde alla prima giornata di sole azzurro. Colpisco al centro le foglie di un cumulo di letame per muover e un’anima di legno e mi chiedo se la filosofia del sale è tutta in un piatto di patatine fritte che mangerò tra poco.
Il silenzio licenzia impiegati e operai, imprenditori edilizi e prostitute e li manda in una strada che sa di spazzatura atomica. Là dove una pista di atterraggio s’informa degli ultimi diritti dei lavoratori a colpi di sciopero e pistola Filippo si distende a prendere sole e spazzatura, nel silenzio di una tomba nella quale i licenziati prendono la pensione d’oro, d’argento e di birra.
Cavoli, però quanto un cuscino farebbe comodo in questa situazione, pensa un po’ nevrotico, E quante puttane darebbero una mano per una serata all’olgettina tra champagne e arrosto di prosciutto con aceto di Viagra su panzerotti di stupro. Il partito dei giudici s’indegna e il cittadino si rompe il malleolo contro un branco di balbuzienti che fanno finta di non tartagliare, ma solo in campagna elettorale.

Delirio di Plastica


Elina si tuffa in un lago dall’acqua cristallina. Intanto un pesce fugge da un pesce più grosso. Elina nuota verso la sorgente del fiume mentre le trote si divertono a giocare a pallavolo. L’aria e fresca e le canne di bambù chiacchierano solleticandosi le ascelle con la lingua reciprocamente. Elina esce dall’acqua e va a fare pipì dietro un cespuglio e inavvertitamente la fa su una talpa che rischia di annegare nel tunne. Suo padre sta pescando dall’altra parte della riva e non la vede ma sa che si trova lì vicino dato che la sente cantare. Un rumore di jeep rompe la magia della radura. Da essa ne escono due uomini con una tuta rossa in plastica fosforescente e chiedono Vecchio cerchiamo un ospedale per nostra madre che sta morendo nel bagagliaio, sai dove ce n’è uno.
Non so dove c’è un ospedale, ma so dov’è un cimitero, che forse vi serve di più, fa lui.
Buona idea fa quello più alto, Mario, ma ora vogliamo un medico
Ne ho uno qui in tasca se vi va, fa il vecchio, diciamo che si chiami Taddeo
Ed ecco che il canto di Elina si fa più vicino. I due giovanotti si girano per cercare questo suono melodioso hce riempie le foglie degli alberi che anch’esse si sono fermate per ascoltare e anche il vento s’è fermato.
Tutto si ferma finché tra un rumore di rami spezzati e l’altro appare loro davanti una tipa abbastanza bassa, nuda con due tette enormi e i lunghi capelli bagnati e mossi e un delizioso pube di folti peli rossi. Gli occhi da tigrotta svegli e azzurri li squadrano e senza batter ciglio si avvicina senza inibizione portando i capelli sul busto ad accarezzare i seni quasi a indicare dove guardare.
Davanti a lei si ergono due tizi biondo platino, sbarbati e puliti che la guardano a bocca aperta.
Ciao sono Elina
Ciao sono Matteo, ciao sono Aldo
Silenzio
Se ne frega a qualcuno io sono Taddeo
Silenzio. No, non gliene frega a nessuno. Neanche alla madre ormai morta nel bagagliaio tra un delirio e l’altro.

Un delirio in cerca d’autore


Mantelli azzurri da delirio scendono su un personaggio che ho incontrato ieri mentre cercavo un paio di jeans. Mi ha chiesto di dargli un ruolo e gli ho fatto provare un sacco di pantaloni, camicie, scarpe, sciarpe, giacche, cappelli e me ne sono andato ma l’ho incontrato il giorno dopo e mi ha detto che non ha fatto altro tutta la notte. Ma ora ha finito e mi guarda con sguardo vitreo.
Gli ho detto di farmi da autista ma non sapeva guidare. Gli ho detto di cucinarmi qualcosa ma non sapeva cucinare. Gli ho detto Che cazzo sai fare?
So guardare, so aspettare, so volare e tu? Cosa sai fare?
Io non so fare un cazzo, ciao.

Il delirio del pesce spada


Monna lisa smile to everybody, tra pesci che pescano e mondi che camminano. Felici di essere sulla slitta di Babbo Natale e di nuotare verso sentieri di tonno al prosciutto crudo. Sedicenti armigeri armati di archibugio a due canne mozze si distendono al sole di un deserto del Sahara per fondere la corazza e il cervello in una morte da cartone animato.
Una bella autostrada si guarda allo specchio e chiede chi è la più veloce del reame. Fendi, la buongustaia dell’angolo a sinistra del marciapiede m’invita a degustare un cappuccino al bancone del suo bar e mi slaccia i pantaloni all’altezza del pene che timidamente si lascia prendere in giro mentre lei chiede ufficialmente un accoppiamento alare tra volatili che si nutrono di liquidi seminali e che seminano argento vivo in tutto il bancone mentre i clienti bevono tiramisù e mangiano torte alla crema di fagioli. Le mie dita danzano un delirio su strati di grasso sodo e abbondante. E mi chiedo dove ho messo le chiavi del Paradiso. In un orgasmo di fuochi artificiali e urla spasmodiche che coprono le urla del telecronista dlela finale dei mondiali ci accorgiamo che tutti in strada lanciano grida e suonano le trombe dei cavalleggeri leggeri.
In un tempio di Buddha suono fallo come un violino alato e dipingo scroti di fanciulle serene. Loro mi sorridono
E sorridono anche a te mostrandoti i genitali per dirigersi verso il vento dei desideri.
È una corsa e chi vince abbaia al crotalo mascherato da Arlecchino

Asticelle all’arancio


Un tantra collerico mi minaccia coi bastoni di pulce di serpe. Emana un odore intenso di lingua biforcuta che lancia segnali di fumo attraverso l’incidente di camion della spazzatura. Macero il vin santo tra tappeti viventi e predico il futuro a fattucchiere con i denti traballanti che mangiano zuppa di catarro in Catai. Sogno suppellettili di plastica tra corvi dipinti di nero che scartano un angelo maligno di cartapesta mentre estraggo pitoni da passeggio.
Una bottiglia di Nero d’Avola mi guarda e mi fa gli occhi dolci. Lo bevo per fargli un piacere che ricorre tra gli ulivi d’olio e stanlio. Mi compiaccio del trasferimento d’ufficio. Tra mitragliatrici ci sìintende, no? Una perfetta mosca salta al naso e richiede soffi di farina per dirigere l’orchestra di Stradivari che tra Paganini e Tortellucci si sfrega una banana tra le dita e comincia a succhiarla.
Scivolo su una pozza di liquido vaginale che è di umore nero. Semino strascichi di marijuana tra i piedi di azzurri pescivendoli del mercato del pesce, logicamente. No, non mi trattengo dall’affermare che lo Stato è una forma di delirio artistico. Solo così possiamo accettare la dittatura della meritocrazia. No, non mi trattengo dall’imbrunire una sfrappola di idee comuniste e contorsioniste.

Sugo di delirio


Un delirio sfugge alla costante di Heysel e volge le sue corna contro un cratere di segatura arrugginita. Mi muovo nell’incomprensione di un cavallo impazzito. I colori del cielo ballano tra presidenti di cartapesta al suono dei violini Stradivari. I colori di un videogioco si baciano i culi senza pudore di storie di pazzia rossa.
Le cheer leader applaudono orchi e draghi che giocano a carte nella cortina di ferro.
Sbadiglia. Tu. Sbadiglia. è un gioco al massacro. Sbadiglia. Di noia. E di sugo di pomodoro che esce dal petto durante un’opera lirica.
Soldi cascano da cuffie radiosferiche che nascono dai tuoi sentimenti verso il Dio delle grazie.
Ti fai la doccia per vedere l’oro colare dai neuroni dopo l’elettroshock e lotti per mantenere un pelo di dignità dovuto alla schiavitù del sale.
Il lavoro rende liberi.
Diabolik ti guarda. Devi essere cauto. Sbadiglia per addormentarlo.
Con la pazzia urinaria di una statua di un principe dei poveri.
Mi succhio l’uccello da un paio di gambe che corrono attorno a un tavolo verde che si muove sulle sue unghie. Una forza muscolosa separa i miei occhi e chiude le palpebre. Sbadiglia. Cucina. E leggi. Il delirio di un sangue fresco che digerisce un pasto copioso.
Suoni rimbalzano nella mia mente.
Venti statuette applaudono sedicenti mausolei che annunciano la fine del mondo.
Angeli sbattono le ali e covano le uova

Folli


Un delirio mi solletica il pisello. Una luce di pazzia si accende in un orgasmo di luci e colori. Mille novecento settanta quattro baci e carezze non bastano per grattarmi un piede. Allora un carro armato si erge magnetico e mi fissa coatto con le sue catene penzolanti color argento pietra. S’infratta su mille colori. Schizzano per la pazzia i mille neuroni delle costole assassine.
A questo spettacolo le lucertole si scambiano ghigni di approvazione e baciano i picciotti che obbediscono ai comandi piacevoli ed erotici. Come colombe si scambiano tubi e tubano. Chiedendosi quando sarà la fine del mondo annunciata dai testimoni di Geova. Mi tiro su le mutande di un Gotam azzurro turchino e accarezzo una suora col braccio monco. Non ho mai visto una suora senza un braccio. Come mai? L’arte della preghiera vola sulle ali di un batuffolo di cotone. Ci vediamo insieme alle fate turchine e balliamo con gli orsi polari.
Ci grattiamo insieme alle farfalle argentate
Ci piacciamo tra gli specchi deformanti
Ci uniamo in mezzo a mondi di cioccolato fuso

Il canto dell’orda


Una voce rosica le mie corde polmonari e frigge l’anima di un sopracciglio esuberante. Il crocchio vola trainato da cavalli bianchi in un cielo che si apre per farli passare e sparire dalla faccia della Terra. Io sono sull’altare di una chiesa e odo la musica del mio matrimonio cantare centauri di zucchero filato sulla torta nuziale.
Vuoi tu…, sì, no, non voglio, certo che voglio sempre e per sempre, finché la morte non ce la metteremo in tasca e vivremo per sempre in questa valle di cieli oscuri. Un bacio nella fantasia riempie il pubblico di mille colori arcobaleno che affrescano una chiesa, la santa madre chiesa, di tutti gli amori e gli onori che scorrono dall’inferno ad Adamo ed Eva.
Serpenti della conoscenza piovono dal bene e dal male, mentre cori gregoriani ritmano danze orgiastiche di cardinali e concubine e mucche da latte.
Usciamo sotto una pioggia di risotto ai funghi e pizze lanciate tra i denti e arrosti di prosciutto e su un paio di sci raggiungiamo la limousine che ci porterà in volo, me e la mia bella Pazzia, fino al prossimo delirio.

Il sessuale abbraccio delle parole


conforto parole

Una stringa di caratteri si avvolge al mio corpo e ne cerca i meandri più genitali. Mente sapendo di mentire e sussurra all’orecchio quello che voglio sentire. Maestra della strada e cibo di un fantasma che si materializza in mezzo a neuroni cerebrali finché morte non ci separi.
Una mente che serpeggia sinuosa intorno all’albero della vita tra i pilastri di Salomone che ascende al cielo in mezzo a strade tortuose di tartarughe lente e sagge.
Dio mente perché solo così può farti arrivare alla verità. Disse luce e luce fu. In principio fu la parola. L’abbraccio mistico di un delirio onnipotente. Un pazzo bambino che giocava con una penna a sfera. Un orgasmo liquido che ha creato il vino e lo spirito. Un abbraccio rettilineo che ci guida verso una luce orgasmica. Una luce che gioca con Dio riformulandolo geneticamente.
E io scrivo una marea di cazzate. Ma divine. No?

Metallo ghiaccio


In una campana di metallo rimbomba il suono di un balbuziente opaco. Non si vede bene quando gira per la strada, come se fosse fatto di materia nebulosa, difficile da mettere a fuoco anche a poca distanza. In genere dopo un po’ anche gli altri cominciano a tartagliare ma non se ne accorgono. È come un virus e come un virus contagia chi ha meno anticorpi. Altri diventano nebulosi come lui.

Un delirio al giorno mette il medico nel forno e scivola lentamente sotto il mento come una goccia di bava dalle labbra di un lupo affamato in cerca di sesso.

Una notte spettrale e fredda in cui si vede non solo il vapore dell’alito ma anche quello del sudore in un bosco di palazzi decapitati.

Si aggira felpato e annusa le feci e le urine e segue quelle  più calde.

Un sonno eterno s’installa nel corso del fiume di parole che scendono all’inferno gelido. Lupi s’incrociano e lame si affilano e scintillano come specchi sorridendo alla luce della luna. Uomini topo si aggirano tra lupi e ringhiano. Topi a forma di uomo mangiano chewingum e fanno bolle di sapone con l’ano.

Una fame fredda attanaglia lo stomaco degli ultimi sopravvissuti che sanno già che dovranno cibarsi gli uni degli altri sono per essere gli ultimi a soccombere