Alberi di gomma africana


Se una giornata di ottobre parla con gli alberi raccontando loro lo stato dell’arte della Terra e gli alberi hanno una faccia preoccupata, una ragione ci sarà? Non se ne occupa Annapina mentre cucina il suo arrosto di metallo lucido. Si gratta la testa con una pistola e spara a una mosca sul bordo della pentola del brodo fumante. Ma la sbaglia. E elimina un metacarpo ad un ospite seduto sul davanzale della finestra mentre si fuma una sigaretta. Una docile cagnetta fuma petardi di fieno in una nave spaziale e beve il brodo di metallo di Annapina che glielo serve in una ciotola di fango lunare.
Mentre alieni verdi e scheletrici si mescolano ai rami degli alberi di un paesaggio marziano e si godono una meritata siesta messicana i cowboy americani si divertono a passeggiare mucche beatificate da secoli di comunione ecclesiastica e godono a masturbarsi su selle di pelle umana di operai dell’ex unione sovietica.
Presi per il collo e impiccati a una stagione troppo secca per sopravvivere a pannolini sporchi lasciati imputridire in mezzo a una strada che si lecca le proprie ferite per redimersi dai peccati di una storia imbruttita dal sangue del parto. Una docile cagnetta fa i suoi bisogni accompagnata dalla nonna e dalla nipotina in una latrina metallica per cani modificati geneticamente in ambienti siderali.

Un batuffolo di cotone spegne l’aglio.


Mentre catini di neve suonano l’adunata mi crogiolo nella radura scolastica di un uovo sbagliato rispetto all’equazione di una stagione da tressette. Mi volto a guardare una pittura mentre cago su un forno a microonde che scola un lattice a forma di preservativo eretto e gli uccelli cinguettano forsennati al ritmo di una musica tecno. Una Ferrari arriva e parcheggia in nero.
Mi rigiro nell’aglio scorretto con uno stomaco pieno di maionese e un cane pazzo mi osserva con sospetto.
Assorbo l’atmosfera di ketchup con una minigonna e un paio di stivali da cowboy mentre una lucertola piange e si masturba insieme a un cavallo a pois.
In fondo perché non ridi? hai una faccia comica che fa paura e tutti ti chiamano Franchestin. E allora attacchiamo il Ruanda, ma prima trucchiamoci bene per non avere sorprese.
In questo modo ci ricolleghiamo alla presa di corrente e al grande spirito spiritoso e spiritato. A 90 gradi.
Che brucia un po’ e poi fa digerire. Coca cola. È così che si apre il cielo sopra Berlino e le tigri piangono mostrando un culo attillato pieno di jeans.
Il cavallo ci aspetta.

Tommaso si sentiva colpevole e si bruciò il culo sulla graticola del giardino della luna piena


Mi gratto una fuliggine di scarpe arrostite.
Penetro il segreto magico di una parola.
Faccio l’amore con il suono di Dio.
Entrando nelle spirali del Paradiso dove centosettantasette vergini sono intente a giocare a scacchi, un terrorista islamico esclama “che cozze”.
Mi rinfresco con una soda in un mare tropicale tra delfini azzurri che violentano una foca antartica sbarcata da quelle parti a seguito del riscaldamento climatico.
Un incesto di viti e chiodi, provoca un corto circuito nel cervello di Adorno e lo fa crescere da uno e sessanta a due metri e dieci centimetri. Il che fa sì che deve cambiare letto, auto, vestiti e lavoro dato che lavorava come mummia di Tutankamon in un circo.
Pagherò sedici mila sterline al primo olandese che trova un africano sodomizzare un francese di pura razza ariana durante un’orgia romana seduto su una turca.
Un cowboy del settore interstellare della costellazione delle Pleiadi inforna una serie di biscotti per poi goderseli in pigiama guardandosi Venere contro Urano in uno scontro di satelliti ormeggiati nella laguna di una cadillac cistercense.
E qui sforiamo sui ponti del fiume kway e scendiamo dai monti del Tirolo con una mitragliatrice in tasca che sa di alettoni di un’auto di formula uno, incandescenti e leggeri che volano nello stomaco ridendo incessantemente.
Stride il calore di una mucca in calore sopra il calore di un termoscopio che misura la puzza dei peti delle puzzole.
Una musica jazz mi riscalda le vene di amore, ma cos’è l’amore, è un brivido della paura che qualcuno ci lasci cadere nella palude del nostro inconscio e annegare in una fredda notte d’agosto.
In pratica, nella merda.

Il sacco di Roma


Un cowboy con una pistola di fango si avvicina lentamente e mi guarda con occhi di fuoco e armatura di ghiaccio. Si avvicina e mi attraversa come un fantasma e mi gela le ossa di pesce come una tuta di sapone che ripulisce le mie lische.

Mi vedo e mi appoggio nella salita di una rampa di scale verso il paradiso in orbita sopra lo spazio. Siamo in tanti a salire e non ci fermiamo mai. Finché capiamo che il paradiso sta nell’illusione e non nella realtà.

Suore pregano con occhi bendati. Un’aria che libra con voci sensuali che sanno di tacchino al limone. Un coro di cuori strizzati in salsa di lingue d’oca. Un coro gregoriano che come bambini nevicano nella mala sorte di un pugno di fortuna che non esiste alla sorgente divina.

Parole fosforescenti si librano in cielo. Parole di polistirolo espanso nevicano e formano acqua azzurra che beviamo in un rumore assordante che viene dalla città incendiata da Nerone.

Imperatore solitario che canta la lira sulla sua rovina. Desdemona in fiore che credi che il cercatore sempre trovi prima o poi. E canta sulle rovine del tempio. Canta la rovina di un augusto personaggio in cima ad un impero.

Parole saporite che si gustano in un gelato espanso nella sostanza di un i-pad. Veloci e ballerine danzano in una voce che sa di tenebra fumosa a ghiacciata. Ricordo gli occhi di ghiaccio del cowboy. Ricordo che era un fantasma. Ricordo che ero io che attraversavo lo specchio della realtà e della pazzia.

Vola lirico pazzo. Vola in un ricordo di un’autostrada che sfreccia e non lascia memorie nell’ombra della tua anima.

Vola senza guardare giù e lasciati dimenticare da un’intera generazione di anime che traspirano il sudore della morte. Un sudore che sa di pane bruciato.