Mi sparo e mi sturo


Una mano di bambino si strofina contro il muro di una degente dell’ospedale sfregateatebeneicoglioni e opera una minuta ragazza in una figa microscopica cercando di allargarle le labbra che sono chiuse da una mascella dentata. Chiama un dentista e gli dice “togli il dente del giudizio, è quello che impedisce ai cazzi di circolare liberamente”. Una luna rotonda si inserisce nel sedere di un primo ministro e comincia a girare roteando piena di sani principi e prega in una chiesa intestinale vuota in cui il centro gravitazionale modifica lo spazio tempo e permette di viaggiare con il pensiero in mezzo alla merda universale.
Sturo un lavandino con i denti e poi penso al sesso di una farfalla che galoppa insieme ai vermi e ai politici ed entrambi si nutrono di sensi alternati per distruggere i ricordi irrefrenabili che continuano a martellare in una testa malsana di capra al formaggio.
Eunuchi volano al di sopra di un toro da monta che ha perso la corrida della sua vita e ha incornato il re per sbaglio regalando la libertà a un paese in guerra spirituale tra api impollinatrici e polvere di stelle. Lacrime di morte che piovono tra gocce radioattive e pullulano di sterco che sa di cipolla soffritta. In questo contesto un arcobaleno guardato da una bambina la mattina di Natale diventa una maschera veneziana che ride di un riso sarcastico che sa di tartufo al cioccolato amaro.

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L’ira del delirio.


L’ira del delirio è una vacca boia che si accoppia con dodici fatiche e pesa un catetere pieno di carne e vene varicose. Il pianto del delirio è diverso. Seducente e incazzato. Ti violenta con debolezza. Ti ama e non ti succhia. Ma erode l’anima di lucida droga che penetra i capezzoli tra fumi di sperma ipocondriaco e larghe intese.

Ma non è una cosa seria. È una cosa dovizia. Una di quelle che tu pensi che sia e non è proprio. Ma fatti sentire. Che ci vediamo per una pizza. Mi faccio sentire io. Tra pesci azzurri e pescherecci targati Armani. Su cui saliamo sopra a una bicicletta sfittica per pedalare in mezzo a piogge di acidi digestivi.

Mi ritengo. Dal soffiare su una testiera di testicoli triturati con pepe e cipolla. Per una luce di lucertola che morde il freno di una Ferrari che luccica ignobile e arrogante. Con quella pelliccia che ricopre sedili e anime di locuste. Austria e Francia sedute a guardarsi nella spiaggia della costa d’Avorio in un pianeta disperso e solo nella galassia di Andromeda dove soffia un vento caldo.

E buio.

Altamente elettrizzato


Il grasso linguaggio della commedia si sposta pesantemente da una bocca piena di strutto all’altra emanando effluvi d’aglio crudo e cipolla soffritta. Il vino annega colli di bottiglia attorno a una tavolata universitaria ripulita dal sonno cosmico di un boccone di struzzo ben masticato da un organo che canta le lodi del bosone di Dio.
Una galera per il Nobel per la pace che si inocula il virus della sifilide tra i diodi di una batteria al litio che sfrigola i bastoni di un fuoco di paglia cantando Per Elisa tra le gioie di mamma Eloisa paracadutata dall’isola dei cloni di Braccio di Ferro. E così ci gongoliamo cantando da un fuoco d’artificio all’altro e da una Cina all’altra senza che lo sforzo ci perdoni di esser nati cantautori di fagioli borlotti. Il peso di una responsabilità ancestrale mi fa sbadigliare e cantare una lirica veloce digiunando sulle braci ardenti di una giovane sposa indiana.
Però non mi aspettavo di trovare una tortiglia a base di lenticchie feroci e piranha ridotti a passatelli in brodo di calamari vivi. Il mondo è dipinto di blu, mentre nel profondo del mare piove che guarda come piove. Il canto di una saturnina raggiunge le profondità marine e Marina canta la bossa nova davanti alle palle di un filosofo greco che urla e guarda incantato un Minotauro fare le fusa davanti a una freccia tricolore che gli sorride dal cielo stellato giusto prima di prendersi una pausa domenicale.

Pel di carota


Una musica popolare stona nel sangue di un cherubino la cui pelle esplode di chiaro di luna e le rane nascoste nei mille pensieri si cimentano in una gara di ronzio di zanzara. Enrico prende il mughetto e lo masturba con la sega automatica dopodiché viene a parlare di orgasmi politronici mentre lo portiamo alle urgenze. Il medico dichiara lo stato d’allerta all’altezza della banana rotta e si cipolla il naso con una protuberanza ischemica.
Fu lì che notiamo che le rane cominciano a uscire una a una e invadono, perché sono tante, centinaia di migliaia, una per ogni goccia di sangue, e invadono la clinica svizzera allacciando relazioni fraterne con i pazienti che denunciano lo stato delle cose all’autorità giudiziaria.
Ma ora Enrico si è ripreso. Ora sta bene. Ora perde solo sangue normale, umano.
Anche il colorito è cambiato e tende all’arancione pel di carota.
Perché in fondo tutti noi siamo Enrico. Tu che guardi lo specchio delle tue colpe. Tu che osi pregare la santa trinità masturbandoti l’orifizio ascellare. Tu che canti le lodi di Odino mangi anche tu gli sciami di pere cotte che vituperano lo stuolo di api e circondano la tua felicità per dirti che se la vuoi veramente non basta pregare ma bisogna anche sputare. Pane, olio e sangue di bue.
Così ottieni la tua strada verso la destra del Padre. Padre Ippolito. Che siede nel regno dei cieli e si vergogna perché ha dovuto pagare tangenti, ma oramai non ha più nessuno con cui confessarsi. Enrico prega. Prega una strega. Che ha la forma della Madonna.
E lei, anzi, Lei, gli promette case e cuori purché la sposi e sia suo per sempre e soprattutto gli promette di fargli tornare una rana nel cuore affinché possa piangere di dolore e sapere dov’è la felicità.
Anche tu che guardi, lo sai, che senza una rana nel cuore non sai dove andare.
Come Enrico. Anche tu sei come lui.
Dopo la mezzanotte, però. La mezzanotte della nostra era finisce con l’Apocalisse.
E lì i trans diventano borghesi tradizionalisti. E i politici gente di cuore.
E tutti si chiameranno … Enrico.
Anche tu.

Croc’n’go


Un coniglio pesca dalla subasside della cripta peschereccia e pesca un tonno liquido. Si erge esterrefatto dall’alto delle sue zampe alte circa un metronotte e fissa una sostanza gelatinosa che continua ad urlargli “SONO UN TONNO” “VA BENE SEI UN TONNO, MA ALLORA USERO’ UN APRISCATOLE LIQUIDO”. Non è facile, infatti, giocare con le flatulenze veneree.
Lo getta quindi in mezzo alle mosche affumicate da trasformare in chips alla paprika e cipolla per bambini allergici alla patata. Era un business che aveva aperto tre anni prima quando si era sognato di essere un disco volante e si era messo di traverso a un ponte sospeso che era entrato in risonanza ed esplose.
Miliardi di dollari in frantumi, si disse mentre assaporava gli umori di una vagina in calore e il grasso di una fetta di mortadella. Poi si svegliò dal sogno con in bocca il sapore di mortadella e l’uccello che stava per esplodere come il ponte. Fu lì che si disse “Il mondo si divide in due, i conigli e i pazzi e visto che coniglio non sono…”.
Cosi fu, e iniziò a delirare che anche i matti lo presero per pazzo, ma è così che si ha successo e così fu perché fu votato dal 51% degli aventi diritto e diventò eurodeputato. Da lì tutti cercarono di diventare conigli e delirare sempre di più.
Finché non s’innamorò di Vaccaboia. Vaccaboia non era una santa come le altre, no.
Lei ne aveva due. Di vagine.
Una al solito posto, l’altra sotto l’ascella.
Non riusciva più a lavorare dato che non faceva che pensare a lei e scopare e quando cominciò a fare sesso durante i comizi elettorali lo cacciarono a pedate e si diede alla pesca di salmoni. Da lì alle chips per bambini il salto è stato breve, dato che quasi non c’è differenza.
Gli è bastato saltare dal muretto della scuola di suo figlio e atterrare in un formicaio per associare le mosche alle chips e via.
All’inizio aveva pensato di ricavarne una crema spalmabile da far concorrenza alla Nutella, ma poi pensò che, dato che le mosche affumicate erano leggermente croccanti meglio le “Pisichips”.
Sì perché lui si chiama Piside.

Aglio, prezzemolo e…cipolla.


In una giornata di sole, Irina passeggiava col marito passeggiava per le vie del centro di Bruxelles, col marito a forma di pesce. Vagando senza meta si ritrovarono al Musée de Cinema a guardare un film a base di caramelle alla pesca vestite a festa.
Il marito le allungò una mano sulla coscia e avanzò al centro, ma lei gli rimise la mano a posto con un certo disgusto.
E videro Il film fino alla fine come due bambini che mangiano pop corn.
Il marito si fece avanti per baciarla a bocca semi aperta, ma lei si ritrasse. “Togli le tue manacce dal culo” e se ne andò via stizzita.
A casa nessuno dei due parlò e, in cucina sapevano entrambi che erano condannati a ritrovarsi nel letto.
“Perché mai due persone che non si sono parlate tutto il giorno, si devono ritrovare a dormire insieme. Voglio dire io volevo dormire insieme a qualcuno se veramente non potevo staccarmi da lui. Fondermi a lui, questo era, è la poesia del dormire insieme, non come due stoccafissi” pensava mentre tagliava le cipolle per piangere senza dare spiegazioni. False. “Siamo falsi, ecco la verità. Dieci anni e oramai siamo diventati due cartucce vuote che non hanno più polvere da sparo. Involucri. Scatole da scarpe vuoti buttati in un magazzino”.
Fu lì che le lacrime divennero talmente intense da non farle vedere più tra la cipolla e il dito e si ritrovò col dito sotto il rubinetto e un cerotto e con la voglia di ficcare il resto del coltello nella pancia di lui.
Ora che se n’era andato di sopra poteva piangere tranquillamente e odiare e uccidere.
Le emozioni si impadronirono di lei. Le emozioni, una voce dentro le disse “Obbedisci e ti farò stare bene, ma se non obbedisci non ti darò pace”. Ripensò al film, alle caramelle, ai petali di rosa che si spargevano sullo schermo di cui una volta lui le aveva ricoperto il letto e avevano fatto l’amore, veramente. Anche ora avrebbero fatto l’amore, ma il rosso non sarebbe stato quello dei petali di rosa. “Grazie, voce, m’hai dato un’idea magnifica, ti amo”. Raggiunse il marito a letto. La stanza era buia.
Sollevò le coperte. Di lino, color pesca con alcuni disegni di fantasia, comprate in India.
Lei si era innamorata della loro semplicità e della morbidezza, lui le aveva sempre odiate.
A lei faceva piacere che lui le odiasse. E ci dormisse dentro.
“Fingi di dormire, ora farò finta di svegliarti”.
Senza tanti complimenti gli prese in bocca quel piccolo verme legnoso che sapeva di piscio rancido. “Sento odore di cipolla” fece lui, “Sarà che l’ho appena tagliata”, no era il coltello che lei stringeva nella mano sinistra, mentre con la destra seguiva i movimenti avanti e indietro della bocca e gli accarezzava i testicoli “È il mio primo pompino alla cipolla” fece lui.
Non si parla con la bocca piena, pensò Irina, perché sentiva qualcosa nel tono del marito che la faceva contrarre lo stomaco di nausea.
Strinse l’impugnatura del coltello da macellaio e andò avanti.
Ci fu un lungo silenzio e lottò contro la voglia di staccarlo a morsi, mentre con la mano continuava ad accarezzargli le palle.
Sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe assaporato il suo liquido caldo e perciò non le dispiaceva tanto, anzi, mentre lo ingoiava, si sentiva come con la coscienza a posto.
Le aveva sempre detto che desiderava morire scopando. Beh, più di così non poteva fare, in fondo meglio che niente. E poi non gliene faceva uno da almeno sei mesi.
Ora.
Dopo che gli aveva succhiato fino all’ultima goccia e che il verme era ridiventato molle come una patatina piena d’olio.
Ora.
Rialzò la schiena e gli passò la mano destra sullo stomaco peloso e prominente di chi ha già mangiato abbastanza in questa vita ed è ora che restituisca tutto alla terra.
Ora.
La voce la comandava come un soldato “Stringi il pugno, solleva il braccio, abbassa il braccio sul bersaglio con tutta la forza, con tutto l’odio, con tutta la disperazione”.
“Domani è S. Valentino e …” Irina si fermò a due millimetri dall’ombelico.
S. Valentino? Non glien’è mai fregato niente di S. Valentino, cosa vuol dire?
“E…?” fece lei?
“E ho prenotato un viaggio per noi due”,
“Un viaggio? Io e te?”
“Beh, sì, non ti va?”
“D…dove?”
“A Procida”,
A Procida s’erano conosciuti sotto un temporale in una grotta dove s’erano rifugiati e avevano parlato anche dopo che il temporale era finito
“Perché?”
“Perché ti amo ed è da un po’ che mi pare che le cose vadano così così, e magari lì abbiamo voglia di parlare di nuovo, chissà, magari durante un altro temporale”
“Uccidi o non ti darò pace” le diceva la voce, ma le emozioni non erano più quelle di prima, il braccio era già appoggiato al materasso, e le lenzuola di lino color pesca le sembrarono d’un tratto troppo belle per essere inondate di sangue.
Magari con altre lenzuola, un’altra volta.

Girotondo


Il caso vuole che una soffitta ci mostri un’ondata di pipistrelli che vola in mezzo alla neve e si metta di traverso con una voce di cori celtici.
Una voce che viene dal passato che ritorna eternamente mi ricorda la fugacità della vita che muore.
Una scarpa assordante che sa di chitarra elettrica suonata in sottofondo.
Un sottofondo alle mie poesie senz’autore. Porca puttana, cosa ci faccio qui? Faccio uno spezzatino di rose blu senza spine. Un tonno senza lische. Tutto ciò mi permette di sentirmi come un ragazzino al suo primo appuntamento.
Il ritmo di una batteria impazzita mi solletica i timpani e i timpani comandano braccia e gambe che non smettono di muoversi come un burattino a cui si fa il solletico a ritmo di musica.
Ballo finché la puzza di ascelle non assomiglia ad un soffritto di aglio e cipolla. Un bombardamento di costolette di maiale e ketchup, quello era il ritmo di un batterista col mal di denti. Non so perché non potevo fermarmi. Un Dio sadico mi aveva messo nelle mani del mal di denti e lui, tramite me lo sparava fuori e io, tramite lui, potevo entrare in uno spazio psicadelico di mille suoni e colori che affogano insieme in uno stagno di puzzole avvinghiate e sanguinanti.
A un certo punto avevo voglia di lavarmi i denti per sentire un po’ d’acqua e menta che mi dessero voglia di pisciare carne e sangue insieme ai denti del pazzo. Recitai un mantra buddista e dopo un po’ il batterista pazzo evaporò insieme alla batteria e alla soffitta e rimasi a ballare in una strada piena di gente.