Justine


Una notte stellata mi circoncide attorno a un circo di capinere che mi parlano un linguaggio watusso e saltano da un ufficio all’altro per gabbie elettroniche che rispondono al nome di bit. Sparo a uccelli di manzo argentato e mi masturbo pensando alle rogne di Calcutta. Lebbrosi masticano chewingum acetato. Una bolla di sapone si sfrega contro una vagina epilettica e gusta il succo di limone di vacca boia. Mi strizzo il pene per guadagnare un tozzo di pane per guardare dalla finestra Justine. Sono Justine De Sade e vengo dal fornaio per mungere la moglie in cambio di due cornetti alla crema.

Prego la santa saporita perché mi dia la forza di far fiorire petali d’argento da culi di stronzi. Ma non sarà facile, perché? Una ruota di scorza mi pone l’ardua sentenza tra una jeep cherokee e un indiano pelato che suona l’arpa e il mandolino acerbo. Elisa si bene una frutta sciroppata, uno schifo di stufato che si agita nel suo stomaco peloso di zitella ripiena di kebab. Essa soffia e stuffa come uno stantuffo suonato in pieno oceano mare che recita una poesia di comodo per evaporare decine di miliardi di interessi sul debito.

Mi impicco come un derivato sfittico e m’inginocchi davanti a una banca centrale egiziana che sforna piccoli dinosauri sull’altare dell’unione mondiale delle scorze di limone e getto un tappeto in direzione della Mecca in cambio di due cammelli.

Non è paese per fessi


Mi abbevero alla fontana del soglio pontificio e starnutisco alla presenza del pastore tedesco grattandomi le palle dei piedi. Mi costituisco alla forza pubblica per aver letto giornalini porno in età inferiore ai due anni. Il miglior periodo della vita di una bambina è quello premestruale. Tra tornado di carboni e venti che spazzolano i capelli alle capre di alta montagna deve raccogliere fiorellini per la Messa delle diciotto e trentacinque che si svolgerà sulla guglia nordoccidentale. Preghiamo insieme tra le granate della prima guerra, tra le fosse Ardeatine e quelle del Col di Lana. I candelotti di dinamite mi scoppiano in mano e tremano di fronte alla determinazione della mia corteccia cerebrale.
Il rosso fuoco di un verme solitario solletica il mio ventre e permette una scossa di terremoto che finisce per esplodere in maniera esplosiva ed erodere tutto quello che circonda la tazza del cesso papale nel tempo record di venticinque minuti e otto secondi. Quando esco ho fame di freddo e ghiaccio e prendo a calci nel sedere una gomma da masticare tra i polmoni di un tricheco fumatore.
Nella nuova caledonia non c’è posto per fessi, ma i rincoglioniti cronici possono sturare i lavandini e murare i gabinetti tra le fogne di Calcutta e i mari dei Sargassi.
Scio per i monti del Südtiroler Volkspartei cogliendo le genziane e le stelle marine a forma di trifoglio liquido mentre i gorgoglii dei dentifrici s’illudono di essere nominati Strofinacci della Repubblica delle Penne a Sfera per sette anni.


Cosimo ergo sum
Un vomito blu mi parla su un sottofondo di sitar indiano. Sfrappole fritte piovono da ogni dove su una città di campagna dove si tirano ancora i carri coi buoi. Un elmo da guarra si stira insieme a voci rauche che cantano in un coro di bambini di chiesa. Gloria nell’alto dei cieli e pace nelle fogne di Calcutta ai topi e alle gazze ladre di palle di piombo. Cerruti è un marchio da sballo. Ma Cosimo Pietraguerra è altrettanto sborrone. E io vesto Cosimo.
Bacio il bacio della fortuna affinché vesta le vesti di seta e copra le menti dementi di un capo branco a cui l’alcol ha dato alla testa di cazzo. Cazzo, un pene, una poesia, del cazzo, appunto.
Suor Cecilia era una ragazza alta e magra che non riusciva mai a dire la cosa giusta al momento giusto e allora dava l’informazione al gruppo. Trovava un ruolo, quello di gazza ladra, o di corvo dato che era alta e vestiva di nero. Le amiche si rivolgevano a lei come fosse google, ma era l’unico modo di avere la loro attenzione. Poi siccome in parrocchia le davano tanta più attenzione quanto più lavoro faceva e che le suore erano più simpatiche delle sue amiche, le venne naturale farsi suora. A 50 anni s’innamorò di un chierichetto. Cugino di un’altra suora.
Un’urna funeraria raccoglie le sue ceneri portate in processione da tutto il paese nell’attesa di essere presto dichiarata santa. Miracoli piovevano dal cielo come Parmigiano sui topi a ogni orgasmo nel quale chiedeva perdono con tanta forza da far accendere tutte le luci del paese. E anche gli elettrodomestici.
Scivolando giù per il tubo del gladiatore il redentore ripuliva i pollici inondati di sesso e celebrava una messa nello sfintere gassoso d’incenso e metano liquido.

Fuliggine pelosa


Un’aspirazione sfittica rotante è alla base di tutte le rotte eiaculatorie per far sì che il drago di lino diriga le dodici domodossole in un pertugio scorrevole e le violenti sorridendo di venti piaceri perdenti e sordidi pezzi d’immagine scivolano via senza sapere se il succo di sesso si scioglie in un’aspirina di gomma eterna.
Una gonna sottende allupata il divisorio del portamento lento dall’età dell’innocenza e una fuliggine irosa si deposita nelle mie viscere arteriose e pulisce una giada di color speranza e divido il leggero scroscio dell’acqua che attraversa il Niagara in una montagna argillosa e piagnucolosa. Nera che cola liquido oleoso come pus infetto. Una pestilenza lenta si sparge nella popolazione di genti. La pazzia si sparge come cenere al vento tra acquedotti di lettere e pensieri e gode della gioia epilettica che cosparge le menti addestrate dei cani sporchi di sangue.
Danlio si fa una colazione a base di succo di avena e la voce trema mentre pronuncia la preghiera del mattino rivolto alla Mecca. E un terremoto si ferma davanti alla casbah di Medina ascoltando musica trance e ballando e saltando. Mi ritorno davanti alla cintura di pelle che rotola in mezzo ad un deserto di rigagnoli e serpenti mentre il suono si aggrappa alla bottiglia di soda e avvicenda il divino rigagnolo in allitterazioni virtuali dei sensi all’opera.
I sensi all’opera, i sensi all’opera, i sensi all’opera in una fogna di Calcutta, i sensi all’opera, i sensi all’opera i sensi, che respirano di una feconda soluzione salina.
I sensi surrenali si accingono a vituperare il langostino di rinoceronte che si spiattella una colazione a base di frutta esotica.
Leggermente mi abbaglio
Leggermente mi spengo
Leggermente mi assopisco in una crisi epilettica.