Una palude lombare


Una colomba precipita facilmente su una torta nuziale. Per cui si disincentiva il personale a calibrare gli interventi dei pompieri su fuliggini di fuoco intenso. Una bestia si dimena la coda e mostra le ballerine ai piedi fetosi per pubblicare un manifesto del pubblico pudore tra sguardi sgomenti e peli pubici pietosi. Il male della gravità è che un magazzino merci può chiudere i battenti mentre si festeggia la Capodistria di un magnate della birra e della puleggia.
Brindiamo per un vespasiano incontinente che puzza più della selvaggina putrida in una palude uggiosa nella savana continentale londinese. E masturbiamoci in coro in onore di valchirie con l’acne recidiva per una pietanza scotta che sa di pesce marcio fritto con patatine callose.
Desidero saltare da una cometa di Hallowen ed atterrare in mezzo ad un campo da calcio dove si gioca la scapoli contro ammogliati di trentasette cornuti imbarazzati che si sciolgono come neve fritta. Un pazzo ride a fondocampo, ride a crepapelle, ride e la pelle si crepa. Ride e le crepe si riempiono di vermi. Ma ride lo stesso. Ride e muore. Ridendo.
La partita finisce sullo zero a zero mentre affondiamo lentamente nelle sabbie mobili della schiavitù strisciante. Là dove la mente tocca lo zenith e noi ci abbracciamo lentamente dato che oramai non ci resta altro che l’amore.

Api nere


Api assassine vestite di nero scendon cantando dai lobi d’orecchio per amare fottendo girandole di peli. Il calore di Armani si sparge per fonti e sorgenti e sparge zanzare onniscenti in mezzo a ragazzi biondo platino che sfilando imbarazzati sorridono a capinere in calore che si masturbano i denti con gengive soffritte e righelli di birra.
Amami Oriana, di un sonno profondo in questa valle di stronzi, papaveri e rose rosse. Che esprimono il sale espresso decaffeinato in rutti e cammelli che saltano ruscelli e merluzzi spaventati.
Anime spente che spargono urina, giocano a carte per ammazzare il tempo di una candela che cola giù per il water e piange. Asciugamani e salvagenti si calano in una concessionaria di valvole pituitarie e muoiono dal ridere

Cinesi in fabbrica


Una vera birra da smaltire in un lago di sangue e mezzo, mi chiesi adoperando un dromedario secco per sturare una bottiglia di shampoo al tabacco. Certo, mi dico, urliamo un vituperante ronzino che soggiace allo spirito sadomaso di un rettiliano cosacco col bacco e co la pipa fumante di olio di candeggina che si avvicina, che si avvicina. La neve si lava con la pasta dentifricia di una zolla di terra e mostra la partenogenesi di una cataratta sinuosa e sensuale molto in voga nei bordelli parigini insieme al can can. Il tutto durante una messa mormone a Westminster Abbey dopo aver dato la mancia ai rabbini affinché promulghino i decreti di Allah e scrivano una Medina con francobollo di pelle di tapiro.
Io mi lecco le palle di tapiro al forno collezionate in un’urna santificata dal beato extravergine d’oliva che menziona a memoria la divina commedia per un pelo di tacchino.
Un ebano e un avorio si coccolano a vicenda in un siluro di scorie antinucleari e pastiformi quando le braccia mi calano attorno allo sgombro a forma di Zorro. Una ciliegia che corre addosso ad un labbro di donna mercurio che passeggia attorno ad una fermata dell’autobus notturno. Mellifluo. L’odore della striscia di profumo che si lascia dietro come una lumaca che ondeggia lentamente le sue cosce lunghe e carnose.
Puddu si masturba sulla luna.

C’è un barbone.


C’è un barbone vicino a casa mia. Me lo incrocio un giorno si è uno no tornando dall’ufficio. Mi fa incazzare. Non è come gli altri. Non chiede elemosina. Non spacca i timpani nei metrò e i marroni per la strada urlando o litigando o venendo a chiederti una sigaretta. No. È alto e robusto. Ha i capelli grigi un po’ lunghi e così grassi che ti verrebbe da offrirgli una doccia e una lavatrice.
Lo trovo seduto o in piedi barcollante. Testa verso il basso con i capelli che la ricoprono.
Quando vedo i suoi occhi il messaggio che leggo è “Dio dammi la morte, cazzo” e Dio non gliela dà. E lui soffre.
Ha finito, non ne ha più, eppure il suo fisico resiste.
Ispira tanto dolore che ogni tanto qualcuno va lì di sua iniziativa e gli dà dei soldi senza che lui li chieda.
Non so se dargli il colpo di grazia o sedermi a fare quattro chiacchiere con lui per dargli…che? Conforto? Farmi i cazzi suoi e basta? Scrivere un articolo su chi non ce la fa più? Dargli soldi perché se li spenda in birra? Incazzarmi con Dio perché gliela faccia fare finita con ‘sta commedia dell’arte che è la vita di tutti quanti?
Credo che mi destabilizzi perché non è altro che la mia paura di vivere fatta persona. Quello che ti aspetta se non ce la fai. Quella silenziosa disperazione di cui sei cosciente anche se cerchi di non vederla, di non sentirla e, soprattutto, di non ammetterla.
Ecco quando vedo lui ho paura per me, soffro per lui, e prego per un mondo migliore. E prima o poi gli darò anche dei soldi senza che me li chieda per fare una doccia al mio senso di colpa per star meglio di lui.

Uova


Bevo una birra in cima ad una montagna incantata e mi chiedo se il mondo sopravvivrà. Poi penso che è una domanda cretina perché non ha risposta. Poi penso che tutte le domande più importanti non hanno risposta. Quindi le domande più importanti sono cretine. Forse è cretino cercare risposte a tutti i costi, ma non farsi domande. Ed è cretino non avere le palle di vivere nel dubbio costante. Quindi è intelligente porsi domande cretine se non si pretende di trovare una risposta. Quindi la risposta è nella domanda stessa. O, meglio, la risposta è la domanda.
Tutto questo per dire che saremo sempre più poveri. E che in fondo il mondo non è altro che una palla che gira, se a noi ne girano due, tanto peggio, tanto meglio.
Ho un amico che si libra costantemente nelle palle (e nei cazzi) degli altri per evitare di scornarsi contro le proprie. Utilizza un fraseggio arcaico e una generosità ultra-cristianoide. Ma in fondo, la domanda è: meglio avere palle che girano o stare senza e immergersi in quelle di un altro? Dipende dalle palle di ciascuno. Il che dimostra che la domanda è cretina.
Ho un’amica incazzata con se stessa per il fatto di non avere palle e tende a scontrarsi contro gli specchi che le riflettono il suo senzapallismo. Chiaramente rimbalza e si fa male. Ma continua così, indefessa e più lo fa e più riesce a ferirsi e quindi trovare ragioni per scagliarsi contro gli specchi senza mettere in dubbio, chiaramente, il suo senzapallismo, perché se lo facesse avrebbe palle e quindi ammetterebbe di non averle avuto fino ad ora, il che è una contraddizione in termini. Quindi, ancora una volta una domanda colta: nasce (e muore) prima l’uovo o la pallina? Ancora una volta la domanda è nella risposta che non c’è, quindi è una domanda cretina.

Parigi ma belle


Una lirica insegna a non gareggiare in un mondo di sensualità apparente. Ridi pazzo. Ridi sberla in faccia. Piangi di lacrime calde e salate.
In un deserto di granchi e conchiglie il verme butterato beve una birra alla spina senza pensare che questa sarà l’ultima della sua vita prima di venir calpestato da una jeep di zoo safari.
Afferro il sonno con una mano e il vermiglio colore della poesia con l’altra e me li spalmo sul cuoio capelluto in una mistica unione col divino piacere di un pozzo di sale e salsedine che sa di vongole al pomodoro.
Il muro dell’ufficio si appanna e appaiono animali invertebrati alla ricerca di un flusso di tamburi che battono il ritmo del futuro con addosso una maglia della Ferrari. Il sonno prende possesso delle unghie delle mie mani e proietta ostie benedette sul sacrato di una chiesa consacrata dal papa Merlino durante la Messa di Natale.
L’ultimo Natale dell’umanità.
Poi l’ultimo viaggio nello spazio.
Là dove zanzare giganti attaccano iosfere per saccheggiare le miniere di anime latranti che vogliono abbronzarsi in una città sospesa nella mente di un nano che lavora come presidente degli Stati Rincoglioniti della Pangeria.
I duroni girano e rigirano su se stessi fino a formare centri di gravità permanenti e rallentare il tempo in diverse città dell’universo roso dalla collera di un gatto delle nevi che non trova cibo da una settimana. E azzanna un orso bruno nelle sue stesse condizioni. Se morirà che sia combattendo.

Carrube


Rane si scindono ai cancelli di burro al cioccolato. Un esercito di liberazione della scocca anti acida piange lacrime di sperma laterale. Inventandosi bocche da sfamare le rane rivendicano il loro diritto all’omosessualità.
Ed è così che le pulci dell’universo si chiedono il senso della loro esistenza mentre vanno al cinema con la fidanzata. Il corno di babele s’inalbera vistosamente e perde i capelli che diventano girini rosa pallido.
L’umanità scorreggia e l’universo è attonito. Mi accorgo delle palle di pelle di un asino ebreo circonciso che legge la torah con interesse e gli chiedo “Ma l’inflato non ti solfeggia lo scroto?”
“Aiutati che il ciel t’aiuta” mi fa e mi rivolgo quindi al sole per illuminarmi d’immenso e ispirare i radi peli di Flash Gordon che decanta la Divina Commedia davanti al Monte dei Pascoli amari, mentre un serpente scivola dietro alla suora in preghiera. E la stupra senza che se ne accorga. Salvo un po’ di spavento quando vede uscire un boa dalla vagina. Pregando dio che la cosa si ripeta più spesso dato che sono state notti felici.
Non ti dimenticherò, spugna della mia vita. Voglio riempirti con la mia anima. E con i miei occhi.
Amore delle mie spire passami la birra che devo bere rane e sperma di una vulva concreta. Passa il tamburo nelle mie vene e annuncia l’annunciazione che annuncia il rinascimento della specie delle morene nere. Occhi neri e sorriso da cane randagio in cerca di sesso.
E una cagna in calore in cerca di un cane da mangiare. E di uno scroto da aspirare.
Cala il sipario di una commedia infernale che erode godendo il santuario delle nozze gay.
Faccio la comunione da una suora lesbica.