Un bacio a tressette col porto


Un bacio al giorno toglie le braghe di torno e suggerisce un capotondo sporco a una valletta impunita che vuole essere picchiata per eccitarsi. Nuove tecniche di analisi virtuale si affacciano nel mondo del sesso dove la produttività è costante. Nella neve di Natali fruttiferi di emozioni ingessate che vogliono amarsi in un mondo notturno ma alla luce del sole. Aliene speranze di un mondo lontano. Animali ogm che migrano da un tumulo di rocce scoscese vi augurano buon anno e tante lacrime, sangue e rock crocifisso in un tubo in muratura armata. In fondo è per questo che i droni non sognano pecore elettriche. Hanno nostalgia della mamma.
Perifrasi che non aiutano la comprensione del testo di Dio. Morali che fanno seghe ai paradisi fiscali dove giacciono i tesori dei pirati. Un’economia basata sull’armonia di cielo e terra e biscotti al gianduia che solleticano il pisello di un castoro sfigato.
Mi riverso la saliva in un fiume di sangue che cola e sprizza desideri dalla lampada di un genio rammollito. Isidoro mi chiama dal fondo di una pizza alla mozzarella di bufala e mi sfregia un occhio per insegnarmi ad amare il mio nemico e soprattutto il mio amico. “Così taglierai una fetta di prosciutto per l’aria che tira in un concetto sopraffino di feci che piovono dal cielo in burrasca”. Ci baciamo in bocca perché l’amore oltrepassa i confini di un corpo frocio. E ci auguriamo buon natale.

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Tabulé di rose – 4


Sono distesa nuda e legata a gambe e braccia aperte in un letto rosa con baldacchino a diamanti incastonati nelle tendine e nel legno scuro in una stanza grande come un campo da tennis. Dal soffitto a vetri colorati penetra una luce diffusa che sembra un caleidoscopio.
Una materia fumogena mi acceca le orecchie, sto sognando legata ad un letto alla mercé di uomini e donne che solleticano gli istinti vitali più nascosti del mio corpo in cui dolore e piacere sono talmente fusi insieme da sembrare gemelli siamesi.
Cani sorridenti si mescolano a scariche elettriche che attraversano la mia anima in un valzer viennese in cui sono costretta a ballare il ballo di un’altra donna. Kadima mi tortura sottilmente. Con sensibilità e intelligenza. Sa cosa voglio e cosa non voglio. E soprattutto sa quello che voglio ma che non vorrei. Per orgoglio, per dignità.
Quella mi toglie. Ogni solletico, ogni carezza, ogni bacio, ogni eccitamento, ogni parola sussurrata ad un orecchio, ogni preghiera che le faccio di far finire questa tortura, ogni secondo che passo in compagnia sua e dei suoi falli enormi circondati di corpi scolpiti in carne umana, ogni lamento, ogni godimento mi fanno sprofondare sempre di più nella scala di valori di una donna, anzi, di un essere umano, no, nemmeno di un animale.
Ecco, sotto all’animale. Lì mi sta spingendo. Tra l’oppio e le droghe chimiche, tra il Prozac e la semplice marijuana o l’alcol, oramai la stessa liberazione dalla prigione della dignità è diventata un sottile piacere animale.
Una danza che Kadima conduce con una regia degna di un Oscar. E io perdo l’identità che ero venuta a cercare in questo lontano posto d’Africa. Per troppo amore o troppa stupidità.
Ma non è solo questo.
No. Non è solo questo.
C’è di più. Molto di più.
Questo.
È.
Amore.
Malsano, ma amore, maledizione.
Kadima non pensa che a me.
E io a lei.
Non pensa ad altro che a come farmi piacere in cambio della mia anima.
E io, la mia anima, gliela sto dando con lo stesso piacere che lei mi dà con la sua.
Stamattina mi ha detto “Io ti amo, voglio sposarti”.
Ora.
L’idea del matrimonio m’è sempre piaciuta, ma non avrei mai immaginato che l’unica che finora me lo avrebbe proposto sarebbe stata una donna. Un po’ maschile, d’accordo. Ma donna.
E io l’ho baciata.
E con quel bacio le dicevo: “Sì sposiamoci”. Non posso abbracciarla perché sono legata a mo’ di crocifisso.
Anche questo fa parte dell’amore che mi hanno insegnato nella mia educazione cristiana.
” L’amore del perdono nei confronti dei propri persecutori sono armi per conquistarne i cuori e redimerli dal peccato” diceva padre Pio. Nel mio caso il tutto passa per la figa, ma poco male.
Forse quest’inferno è, in realtà, la porta di accesso al Paradiso in cielo come in Terra. Per me come per lei.
Una che mi fa soffrire (e godere) tanto, è anche una che soffre tanto e quindi ha tanto bisogno di essere amata. E anche io. E allora eccoci tutt’e due insieme finché morte non ci separi.
Kamos è lontano, molto lontano e oramai non starà più pensando a me. Perché dovrei rimanergli fedele, pura e incontaminata? E allora meglio darsi come una Maddalena che porta Dio nell’anima e nel corpo dei bisognosi col proprio corpo e sangue.

Il vento e il paravento


Bianca danza un danza di disperazione pensando alla sorella morta in un incidente di auto due giorni prima. Danza e si muove nella stanza al suono del flauto magico che suona come una cornamusa una musica ipnotica e lei gira e salta e piange e le lacrime si spargono nella stanza a corpo morto su un cadavere che non potrà più tornare se non nei suoi sogni di bambina. In cui erano piccole e giocavano a chi era più brutta e a chi si truccava meglio. E ridevano come matte a guardare la faccia da strega dell’altra. E litigavano e piangevano per le pene d’amore e ora un pezzo di vita era spezzato.
Bianca sta ballando da sei ore consecutive senza bere né mangiare, ma non può fermarsi. Sente che se si ferma, muore. Finché il corpo si muove è viva e ha energia per il passo successivo.
La paura la fa avanzare e il viso di Elisa che le sfugge e vorrebbe stringere e baciare nella campagna con i lupi che miagolano. “Bella mia è stato un amore grande e fugace, ma non morirai finché vivrò io qui per te. La purezza che scorre in te è quella di un angelo che balla qui con me ora al suono di questa musica che ricomincia sempre, sempre uguale, sempre infinita finché morte non ci separi”.
Se, dopo dodici ore, il marito non l’avesse soccorsa chiamando un’ambulanza allora sì che la morte li avrebbe separati sul serio. Il coma che seguì le permise di comunicare con Elisa e di fare l’amore con lei un’ultima, eterna, volta.
Se Elisa non le avesse dato l’ultimo bacio e non si fosse staccata lei dicendole “Torna da lui, ora, lui ti ama, impara ad amare un uomo ora. Io ti aiuterò, ma devi, devi affrontare la vita. È stato bellissimo, ma tutto finisce e tutto ricomincia, come la danza, come l’amore. Io sarò con te e con voi, ma solo per un po’, poi me ne andrò là dove devo. Addio sorella, amante e sposa, un ultimo bacio, un ultimo addio e poi torna da lui e vivi”, se non se ne fosse andata via scomparendo, lei non si sarebbe mai più risvegliata. Tra le lacrime, ma risvegliata. Ritrovò cosi marito e figli, ma non lei, e si sentiva anche più leggera, e pensò che Elisa aveva ragione e sorrise, tra le lacrime, ma sorrise e abbracciò tutti come se fosse la prima volta.

Mi muoio d’amore


Una nota d’amore scheggia l’armonia degli dei. Una musica celeste si strugge all’idea del pianto. Una danza dolce che mi trascina fuori dal filo spinato mi sussurra parole di vento e di nubi, mentre la notte scende nel museo degli orrori.

Mi guardo in giro e vedo la paura di esistere che critica il giudizio universale e il pubblico applaude quando scroscia il sangue dei morti. Una nota d’amore devasta il sonno divino e fa titillare il palato al sapore di un lupo che azzanna il latte di pecora.

Odino mi parla e mi suggerisce di cambiare e di nuotare verso lidi avventati ma io gli rispondo che anche suo figlio era un po’ frocio “Non dirmi che le nubi  diventano rosse” “no, ma che il Gesù si rivolta nella tomba sì” “scopa!” “hai vinto, bastardo” “gioco da dio” “hai culo e basta” anzi ha barato ma navigare in acque tempestose non è facile per nessuno e allora andiamo a farci un giro di valzer viennese al ballo delle quindicenni. Fu lì che sua figlia baciò il tempo e fu lì che io scoppiai di pazzia e di amore.

Il resto è pioggia, solo ruggine piovuta da nuvole di letame violaceo.