L’immagine di una lacrima


Il genocidio della poesia s’ingegna sulla misura della primavera per capire la guerra delle api. Si’, davvero arriva alla giustizia della politica Andreotti s’immolo’ sulla Costituzione perché aveva bisogno di una regola per masturbarla fino a ridere a crepapelle. E’ cosi’ che ha amato l’Italia. Ho paura. Ho paura della fine. Forse vivro’, ma la fine arriverà prima della morte. Perché la fine è antecedente. Anche il divo Giulio era antecedente. E cosi’ vinse la fine, morendo dopo. Ma diventando Papa. Divento una custodia dell’arte per essere prigioniero del sesso giocando a calcio in una comunità di maestre che uccidono la poesia guardandosi allo specchio. Una lacrima scende da un nesso che collega il rumore dei bambini e il corpo dei pompieri che fa un pompino alla pompa dell’anima, dall’interno. Pensiamoci. Perché la poesia abbraccia il papa come un handicappato. Ed è cosi’ che io la ricordo, pregando alla fine di una chiesa.
Non è vero che non c’entra. C’entra. Per chi crede tutto c’entra, c’entra ed è cieco, questo è il re. Questo è il re dei non vedenti che non vede perché è lui che non vede. Io mi concentro, ma non capisco. E allora applaudiamo. Perché non siamo ciechi. Ridiamo e vediamo l’immagine di noi stessi riflessi nelle labbra di una lacrima che scende senza fede. Ora è mezzanotte. Testimonio che ho visto uno che osserva un tempo che non c’è in un’isola che non ha alibi per non esistere, ma c’è. Io no. Non ancora. E ci saro’ quando esistero’. Ma prendo decisioni. Collegando i nessi tra i cani e i ciechi.

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Puttana triste sul lavello


Valvole di gioia spremuta zampillano dentro brache di seta nera a forma di ermellino. Una fumata nera ondeggia sinuosa sulla costa della California. E un’ondata gigantesca sforma le facce illibate che osservano ipnotiche il colore del sangue che si abbatte su di loro. Un’entità lasciva. Una morbida essenza d’aria. Un’oscuro fetore di assenzio che droga le narici di un eroinomane mi convincono a giocare la mia ultima partita a poker col morto. Un cadavere di speak si muove dentro lo stomaco ed esplode in un pianto dirotto che mi fa giocare al rialzo. Il morto vede. Poker d’assi, anche lui ha un poker d’assi. Ci abbracciamo e ce ne andiamo a fare l’amore.
Un’aguzzino gira per le strade di Napoli urlando a squarciagola “vi vendo per un tallero, pezzi di prosciutto”. Ave o Cesare, ave centurione, che i morituri ti sturino il naso.
Nella foresta magica mi sciolgo in un barile di Nutella. I ricordi di dolore in salsa d’acciuga mi stritolano i nervi come fili elettrici in corto circuito. Un elettroshock mi attraversa i pori del culo e descrivo al telefono un ritratto di Picasso. Odi Odino i battiti automatici di questa tastiera che ti assassina le budella a forma di vongola.
E applaudiamo il cantico di una cicala triste che muore, mentre noi voltiamo pagina e pensiamo.