La tasca del delirio


Sono figlio di una marijuana che è piombata su centinaia di teste appese per le palle dai miliziani jihadisti sunniti ayatollah islamisti, insomma cabarettisti che non avevano pagato le royalties per i copyrights che avevano scaricato in streaming durante il ramadan bam bam.

Orde di lanzichenecchi incappucciati bruciano croci per strade liquide di sangue e pustole di pesti di puzzole uncinate da clave non più appese in mezzo alle spazzole delle donne che fanno harakiri in un mondo color del buio. Mi perdo nelle curve sensuali dello spazio tempo che ha tette tipo Angelina Jolie.

Dai suoi antri bollenti escono gocce di sangue che si perdono in laghi artificiali di reggiseni truccati e tacco dodici. Ponti a forma di passerelle dorate squarciano orizzonti di poesie estreme che insudiciano di merda secca occhi in lacrime di guerre sanguinolente.

Una tasca di delirio scivola sull’orizzonte insanguinato di mille cadaveri rossi. Annamaria non piangi a tua volta, il seno del pollo si scinde a ponente e mostra caverne di pettirossi agitati. Ma senza febbre.

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