Pussy pussy bao bao


Vertigini di una spezia rozza mi martellano nella testa e rimbombano il suono di un pesce azzurro che sussurra una poesia lontana. Mi ergo in uno stanzino adornato di ori e primizie primaverili che sanno di stucco e un orologio ticchetta il proprio amore per una salamandra della Tundra occidentale mentre le Pussy Riot gorgogliano il loro inno alla paura di un demente.
Mi crogiolo onniscente nello spazio di un necrofilo che sega attentamente i morti di gennaio e li sotterra sotto la neve. Divengo attentamente un vigile urbano che canta in una chiesa sepolta viva per un’eternità indiavolata. Angeli mangiano panini in salsa tartara mentre vescovi e burattini si lavano le mutande reciprocamente in segno di pasta fresca e pomodorini tagliati sottili.
Un rutto tremendo staglia la battaglia e spezza il seno di una capinera di fronte a serpenti a sonagli che guardano impietriti con occhiali da sole il triste spettacolo della formula uno. Un campionato da perdere per la nazionale di calcio che compra ballotelli e lo rivende per un prosciutto al mercato del pesce marcio. Cantano i gregoriani il futuro della polenta arroventata in grumi di arbusti .
Raggiungimi a Venezia fratello di sole e cantami i reali di Spagna per un colpo di spugna che sa di mughetto.

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