La frutta strabica di un topo guercio


Mangio un Che Guevara tra specchi deformanti che mi riportano un sapore di tigri lesbiche con un retrogusto fruttato. Una colazione saccente che sa di formaggio. Pecorino. Mi ricordo di quando ero un babbuino di primo pelo. Ricordo un sapore di sogno al pomodoro. Una cosa che uccide a zanne affilate. Che fanno le fusa.
Vago in tremori rossi tra gonne grigie e bambini al vapore. Effluvi di significato che arricchiscono le note di un clavicembalo a forma di prugna. Marmellate di sperma si sommano a probabilità quantistiche tra minigonne che sanno di sale al rosmarino saltato.
Cavoli rossi si chiedono perché le trecce intersecano le radici quadrate per capire perché la merda non ha paura di fare schifo. E tra un’emorragia mentale e l’altra, pure io. E respiro violentemente aliti di puttane tristi e gas di tubi di scappamento che scappano ma non muoiono mai. Nemmeno io muoio, ma farcisco la torta della vita con mucillaggini verde topo e brucio candele e cavalli tra pistoni di febbre da fieno per una canzone goliardica in una festa di villaggio.
Per questo ti propongo di vomitare, adesso.

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