Un Celice d’oro, un delirio Vasto.


Una setta si compiace del pallone d’oro attanagliandosi le dita tra un’incudine e un martello. Un roditore s’infila in affari che non sono suoi e perde la coda in un tentativo maldestro di pregare un castoro crocifisso tra due denti affilati. È una corsa all’oro quella che si siede trafelata tra una folla urlante e una musica trance assordante e metallica. Vibrano i timpani di periferia. Saltano le corde elettriche di un subacqueo in immersione tra stuzzicadenti impalpabili e gamberetti che sanno di polipo azzurro. È così che finisce la storia. Con due anzi tre, anzi quattro gatti delle nevi che si accoppiano tra di loro in un intercorso che suona una chitarra da flamenco che si origina in un’ascella pelosa mai lavata.
Pelli di platano scendono soffici sulla mia pelle e grattano via il sudore di un amore mai consumato. Sulla mia pelle molle si cicatrizza un mal di stomaco che balla il tango su un collo di volpe che mi serve per lavarmi i denti la sera del dì di festa.
Odi Odino il calore dell’uomo che cova salsicce nel buio di un porcile. Scende il liquido marrone da un cielo grigio. E cola lungo le scarpe rattoppate di un papero zoppo.

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