Magna Gregia.


Voci sinuose s’insinuano nel seno del senso. Non so se rendo. E fanno clamorosi errori di ortografia. C’impegniamo così in una tediosa giornata di fine autunno in una classe modello Juditta e sfiliamo convinti di essere strafichi tra alberi di crisantemo piangente.
Una truppa parata di fronte e di sesso. Questo c’insegnano a scuola. Ma rotolando frementi tra prati in fiore issiamo le bandiere del pisello giamaicano che porta pace in tutti i frutti. Mentre ubriachi usciamo da scuola ecco il sedere del bidello Paese che vola giù dalla finestra.
L’avrà cambiato per uno senza buchi? Aspiro e inspiro l’aria che sa di polline in fiore. Un fiore d’orchestra. Un fiore alla finestra che prega rosari d’addio alla sua bella che parte per il fronte in un pianeta lontano. Un pianeta che sa di aglio e prezzemolo. Lo chiamano il “Bruschetta” come mio nonno. S
arà destino ma ho già comprato un appezzamento di terreno da quelle parti. Si sa mai. A scuola ci saranno buoni corsi di cucina.
Pane e salame si leccano le dita e scorrono i trichechi tra i denti per togliersi quei fastidiosi grumi di grasso che restano in mezzo alle fette.
Un gatto obeso si fa una sega guardando le mosche che vanno in chiesa la domenica mattina.
E Pietro e Paolo sondano il terreno per vedere se è pronto ad assorbire una nuova piantagione di datteri cattolicomunisti.

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